Toni Mira (San Paolo Edizioni 2025)
Il libro che qui si recensisce ha una prima caratteristica: è un libro su una persona e non
l’agiografia di un santo ancora (e speriamo a lungo) vivente. Don Luigi Ciotti parla e viene
narrato in carne, ossa e sangue. È un uomo libero, che sceglie con coraggio la sua via, assieme agli altri, con gli altri, per gli altri, per i fragili, ma in realtà per tutti noi.
Ecco, il libro è percorso dal filo della prima persona plurale. Noi. Ciotti, come ci mostra
benissimo Mira, non è mai Io, non ha l’ego smisurato che anche certi santi hanno. Le sue
scelte sono sue, sono responsabili e ne porta il peso. Ma tutto è condivisione. Da soli non si va da nessuna parte, nemmeno con le migliori intenzioni del mondo, nemmeno con una Fede
capace forse di smuovere le montagne ma non gli esseri umani, fragilissimi ma testardi e
spesso sordi.
Noi, dunque. Da sempre. Da giovane prete di strada ad autorevole, mai autoritaria, figura che
si rapporta anche con i potenti, che a volte, spesso forse, non lo amano ma devono ascoltarlo.
E si rapporta con i fragili, con le persone ferite dalla vita e, soprattutto, dalla malvagità degli
uomini.
Il “barbone” che gli ha indicato la via tanto tempo fa, i migranti, i drogati, le prostitute, i
malati di HIV, le donne dei capi mafiosi, donne che cercando di liberarsi da una vita che non
è vita per loro e per i figli, i parenti delle vittime di mafia. Sono noi, siamo noi come ci dice
Ciotti, mai predicatorio ma sempre provocatorio. Provocatorio per le nostre coscienze pigre, che a volte hanno bisogno, anche da non credenti (ma non conta!), della «dolce pedata di Dio», come dice Ciotti. Della spinta a non stare solo a guardare, magari piangendo per il dolore altrui. E questo libro ha un curioso effetto, almeno su chi sta scrivendo queste righe: stimola la domanda “Io sto facendo quanto posso per gli altri?” Qui l’Io ci sta, ed entra nel noi. Non mi (è giusto passare alla prima persona singolare adesso) ero mai posto il tema. Leggendo queste pagine mi è arrivata una dolce pedata. La risposta non c’è, ma non è un merito da poco per questo libro spingere a farsi domande, a litigare, come dice Don Luigi, con la propria coscienza. Che sia chiaro, infatti: Don Luigi non è irenistico, la sua parola e la sua azione sono di pace, ma non pacifiste, se intendiamo questa bellissima parola con il senso di inerzia che a volte percepiamo. Parlando di Don Tonino Bello – una delle grandi figure che emergono da queste pagine – Ciotti ritiene che oggi ci direbbe di assumerci la nostra parte di responsabilità; «io aggiungo il coraggio di avere più coraggio e soprattutto di vivere in noi il conflitto vero, quello con la nostra coscienza con la quale alle volte dobbiamo litigare anche in termini molto accesi per non scappare via (…). Essere capaci di alzare anche la voce e soprattutto un fare concreto. Ci ricorderebbe che non tocca a noi pregare Dio perché ci sia la pace. Lui è la pace (…) ma la pace è opera degli uomini (…). I veri pacifisti sono quelli che lottano tutti i giorni, penso alle Ong che salvano in mare, ai medici delle varie organizzazioni che sono sparsi per il mondo sugli scenari di guerra e di sofferenza, i veri pacifisti sono loro. Sono quei sacerdoti, religiosi, religiose che in giro per il mondo stanno spendendo la propria vita per dare futuro alle persone (…). I veri pacifisti fanno della continuità il loro impegno. Tutti predicano la pace ma i veri pacifisti sono questi (…)» (pp. 54-55).
E questo suo modo dolce e combattivo di vivere e operare concretamente lo troviamo in tutte
le pagine del libro. In quelle in cui parla la voce di Ciotti, in quelle, spesso struggenti, di
coloro che Ciotti conoscono e che in molti casi lo avvertono come un padre che è accanto a
chi ha perduto tutto. E anche nelle testimonianze molto particolari e belle di Nando Dalla
Chiesa e di Dori Ghezzi.
Dalla Chiesa chiude il suo ricordo con queste parole: «Don Luigi è questo. Ricchezza
immeritata di un Paese, carezza per i deboli, uomo senza padroni votato alla strada ma capace di dire le parole più preziose anche nei luoghi del potere e del sapere» (p. 154). Dori Ghezzi ricorda che ciò che unisce Ciotti e Fabrizio De André è la dedizione per gli ultimi, dicendo sempre la verità sulle «malattie del mondo» (p. 161).
Al riguardo di De André nel libro viene più volte narrata la tragica vicenda di Tina Motoc,
prostituta rumena uccisa da un serial killer, che – tra l’altro – dopo essere stato condannato
lavorava con la cooperativa messa in piedi da Ciotti per recuperare i detenuti. Una storia
dolorosa che ricorda tanto La canzone di Marinella di Faber, anche per quel funerale che Don Luigi riuscì a farle fare dopo un anno nel quale il corpo della ragazza era stato abbandonato in un obitorio dato che non si sapeva nulla di lei. Una messa struggente, con un giglio bianco in mano a tutti coloro che erano lì ad ascoltare e a pregare per lei, che «come tutte le più belle cose vivesti solo un giorno come le rose».
Un’osservazione finale sul titolo: «Vi auguro di essere eretici». Di solito gli eretici non sono
visti bene, stante la lunga tradizione negativa che ci viene tramandata dalla storia. Gli eretici
sono coloro che dividono, che “disturbano”, e per questo vengono torturati e bruciati. Eppure
non è esattamente così. In una sua preghiera-poesia Don Luigi scrive: «Vi auguro di essere
eretici. Eresia viene dal greco e vuol dire scelta. Eretico è la persona che sceglie e, in questo
senso è colui che più della verità ama la ricerca della verità…» (p. 122). L’eresia che Don
Luigi richiama è quella dei fatti prima che delle parole, della coerenza, del coraggio, della
gratuità, della responsabilità e dell’impegno. «Oggi è eretico chi mette la propria libertà al
servizio degli altri (…)» (Ibidem). Eresia è ribellarsi al «sonno della coscienza», non
rassegnarsi alle ingiustizie. «Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio» (p. 123).
Infine, va citata, e non per pura prassi, la densa, complessa, umana e profonda
prefazione/omelia del Cardinale Zuppi, altro “eretico”, se così possiamo dire (possiamo!), e
va ricordata la figura di Papa Francesco, che è presente in tutto il libro, anche al momento
dell’elezione di Papa Leone (nome che è anche quello della persona più vicina a San
Francesco). Ma è inutile dilungarsi ancora, se non per dire che questo libro va letto e
meditato, ancor più oggi in un mondo tanto tragico.
Una osservazione per la prossima edizione (c’è da sperare che ci sia presto): a pagina 167 nel titolo si parla di un dialogo con Roberto Speranza. In realtà il dialogo è con il magistrato
Roberto Sparagna.