‘U Maxi. Dentro il processo a Cosa nostra

Noemi Paolucci

‘U Maxi. Dentro il processo a Cosa nostra

Noemi Paolucci recensisce U’ Maxi. Dentro il processo a Cosa nostra di Pietro Grasso, un libro che riporta il lettore dentro una delle vicende giudiziarie più decisive della storia repubblicana. Attraverso il racconto diretto di uno dei protagonisti del Maxiprocesso di Palermo, il volume ricostruisce non solo il contesto storico e il metodo investigativo che rese possibile quella svolta, ma anche il significato civile di una battaglia che segnò profondamente il rapporto tra Stato e mafia.

Recensione libro di Pietro Grasso (Feltrinelli Editore, 2026)

Con ‘U Maxi. Dentro il processo a Cosa nostra, Pietro Grasso riporta il lettore dentro uno degli snodi decisivi della storia repubblicana: il Maxiprocesso di Palermo, il più grande processo penale mai celebrato in Italia contro la mafia. Il libro non è soltanto una ricostruzione giudiziaria, né un memoriale personale. È piuttosto un racconto civile che intreccia memoria, testimonianza diretta e riflessione sul significato della giustizia in uno dei momenti più drammatici della storia dello Stato italiano.

Grasso scrive da protagonista di quella stagione: giovane magistrato chiamato a far parte del collegio giudicante del Maxiprocesso istruito dal pool antimafia di Palermo. La narrazione restituisce il clima di quegli anni, tra la fine degli anni Settanta e la metà degli Ottanta, quando Cosa nostra aveva dichiarato una vera e propria guerra allo Stato. Palermo era una città segnata dalla violenza sistematica: magistrati, giornalisti, poliziotti, carabinieri e uomini delle istituzioni cadevano uno dopo l’altro sotto i colpi della mafia. In quel contesto, ogni omicidio diventava un messaggio di potere e ogni attentato una dichiarazione di guerra.

Il Maxiprocesso nasce proprio dentro questo scenario di assedio. Non si trattò soltanto di un passaggio giudiziario. Fu un momento di svolta nel modo stesso di concepire la lotta alla mafia. Per la prima volta, infatti, Cosa nostra veniva affrontata non come una somma di singoli delitti, ma come una organizzazione criminale strutturata, dotata di gerarchie, regole interne e rapporti con l’economia e la politica. Questa intuizione – maturata all’interno dell’Ufficio istruzione del tribunale di Palermo sotto la guida di Rocco Chinnici e poi di Antonino Caponnetto – portò alla nascita del pool antimafia, in cui magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino lavorarono insieme condividendo informazioni, ipotesi investigative e responsabilità.

Il libro insiste molto su questo punto: il cambiamento decisivo che non fu solo giuridico, ma culturale. Occorreva un cambio di mentalità, scrive Grasso, per superare una visione frammentaria della criminalità mafiosa e costruire un quadro unitario del fenomeno. In questo senso, il cosiddetto “metodo Falcone” venne utilizzato sia come una tecnica investigativa che come una vera filosofia del lavoro giudiziario: partire dai fatti, verificare ogni dettaglio, cercare riscontri, costruire una rete di prove capace di reggere alle contestazioni della difesa.

L’istruttoria che portò al Maxiprocesso fu il risultato di un lavoro immenso. Dalle indagini sui traffici di droga ai primi collaboratori di giustizia, dal “rapporto dei 162” che ricostruiva struttura e gerarchie di Cosa nostra fino alle rivelazioni decisive di Tommaso Buscetta, emerse progressivamente una mappa organica del potere mafioso. Il processo che ne seguì – con centinaia di imputati e migliaia di pagine di atti – rappresentò una gigantesca operazione giudiziaria e una enorme prova di maturità per lo Stato.

Grasso ricorda con precisione anche le scelte simboliche di quel momento. Il Maxiprocesso si svolse a Palermo, nella grande aula bunker costruita accanto al carcere dell’Ucciardone. Non fu una decisione scontata. Celebrare quel processo in Sicilia, con magistrati e giudici popolari siciliani, significava dimostrare che la mafia poteva essere affrontata nel suo stesso territorio e che la società siciliana non era condannata alla rassegnazione.

Il libro è anche un racconto profondamente umano. Grasso ricorda le persone che resero possibile quella stagione e che spesso pagarono con la vita il loro impegno: magistrati come Rocco Chinnici, investigatori, uomini delle forze dell’ordine, giornalisti, servitori dello Stato caduti negli anni della guerra di mafia. Il Maxiprocesso fu possibile grazie al lavoro di una comunità intera di donne e uomini che decisero di opporsi alla paura.

Per questo motivo, Grasso insiste su un punto centrale: raccontare oggi quella stagione non è un semplice esercizio di memoria. È un atto di responsabilità civile. La giustizia – scrive – non è mai un obiettivo definitivamente raggiunto, ma un cantiere aperto che richiede coraggio, rigore e fiducia costanti. Nulla di ciò che è stato conquistato è eterno: ogni diritto, ogni verità può essere rimesso in discussione se non c’è qualcuno disposto a difenderli. In questa prospettiva, ‘U Maxi si rivolge soprattutto alle nuove generazioni. Il Maxiprocesso non appartiene soltanto al passato: continua a parlare al presente e al futuro della democrazia italiana. La libertà, la legalità e la verità, non si ereditano: si scelgono, ogni giorno. Il valore del libro sta proprio qui: nel restituire al lettore sia la dimensione storica di quel processo che il significato civile e politico di quella battaglia. Il Maxiprocesso dimostrò che lo Stato, quando riconosce la forza della comunità e agisce con metodo e determinazione, può affrontare e sconfiggere anche poteri criminali che sembravano invincibili.

Un aspetto particolarmente vivido del testo emerge nei capitoli dedicati agli interrogatori degli imputati, dove Grasso restituisce l’atmosfera concreta delle udienze del Maxiprocesso. L’aula bunker non è soltanto il luogo della prova giudiziaria. È uno spazio in cui si manifesta la cultura e la psicologia del potere mafioso. Attraverso dialoghi, gesti e atteggiamenti degli imputati, il processo diventa una sorta di teatro della verità, in cui l’autorità dello Stato e la retorica dei boss si confrontano direttamente. In alcuni momenti la tensione drammatica lascia spazio a episodi quasi paradossali. È il caso dell’interrogatorio di Mario Labruzzo, che Grasso ricorda come un momento capace di trasformare per un attimo l’aula in una sorta di scena da commedia dell’arte. Labruzzo attribuiva le accuse nei suoi confronti alle lettere anonime ricevute dalla questura e alle conferme – talvolta interessate, talvolta dettate dalla paura – dei suoi confidenti. Finì così per trovarsi coinvolto in quasi tutte le indagini di mafia: a furia di segnalazioni, raccontava con ironia, era diventato come ’u pitrusinu, il prezzemolo presente ovunque. L’episodio rivela il clima delle udienze e la strategia difensiva di molti imputati, oscillante tra negazione, ironia e tentativi di delegittimare le accuse.

Diversa è l’atmosfera negli interrogatori dei grandi capi mafiosi. Nel caso di Luciano Liggio, storico leader dei corleonesi, l’atteggiamento è quello di chi tenta di ribaltare la scena processuale assumendo il ruolo di accusatore. Liggio respinge le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e nega ogni responsabilità, arrivando a presentarsi quasi come vittima di una costruzione giudiziaria. La sua strategia è quella di mettere in discussione la credibilità dei testimoni e persino il funzionamento dell’aula, sostenendo ad esempio che il microfono fosse tarato per alterare le sue parole. Il tono è quello di un uomo che cerca di trasformare il processo in una tribuna personale, assumendo addirittura un atteggiamento da salvatore della patria. Gli interrogatori mostrano come il potere mafioso tenti di difendersi sia sul piano giuridico che su quello simbolico, attraverso narrazioni, ironie, provocazioni e tentativi di ribaltare il significato stesso dell’accusa. Allo stesso tempo, proprio il rigore del metodo investigativo e la solidità delle prove impediscono che queste strategie producano effetti reali. Il risultato è una rappresentazione estremamente concreta della giustizia in azione. Le udienze non sono soltanto passaggi procedurali, ma momenti in cui emergono tensioni, paure, retoriche e strategie del potere mafioso. Attraverso queste scene, Grasso restituisce al lettore la dimensione umana del processo e la complessità di una battaglia giudiziaria che fu, prima di tutto, una battaglia per la verità.

Un ulteriore elemento che rende il volume particolarmente prezioso è la sua dimensione quasi didattica. Nelle pagine finali, infatti, Grasso affianca al racconto una sezione di sintesi che permette al lettore di orientarsi nella struttura e nel linguaggio di Cosa nostra. Capitoli come Mafia e comunicazione nel Maxiprocesso ricostruiscono con grande chiarezza il gergo mafioso, la simbologia dell’organizzazione, i riti di iniziazione, il sistema delle sanzioni interne e persino il ruolo dei soprannomi – la cosiddetta ‘nciura – utilizzati per distinguere famiglie e individui. In questo modo il libro assume anche il valore di una sorta di manuale civile per la conoscenza del fenomeno mafioso. Non si limita a raccontare una stagione decisiva della storia italiana: offre al lettore strumenti concreti per comprenderne i meccanismi interni, le regole e il linguaggio. La chiarezza con cui queste informazioni vengono organizzate rende il volume utile anche per studenti e lettori più giovani, che possono trovare nelle pagine finali una sintesi rigorosa e accessibile di ciò che Cosa nostra è stata e di come lo Stato ha imparato a studiarla e contrastarla.

La recensione del libro in pdf

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