È stato innovatore in ogni campo in cui si è cimentato; ha anticipato trent’anni fa il modello di riflessione politica ed economica basato sul rapporto tra i centri di ricerca e i luoghi della decisione politica. Era una modalità che in Italia non esisteva, mentre oggi, importato anche dall’estero, è diventato schema di lavoro diffuso.
Ha coniugato tecnica e politica quando i due mondi parevano inconciliabili. Ha dato lezioni di laicità e correttezza nei rapporti tra Stato e Chiesa, lezioni che rimangono nella nostra storia repubblicana. Ha formato generazioni di ricercatori e politici, che hanno sempre trovato in lui un maestro unico, capace, oltre che di parlare e trasmettere insegnamenti, anche e soprattutto di ascoltare.
Ma è la lezione del rigore quella per la quale forse Andreatta sarà più ricordato; sarebbe però riduttivo riferire questo concetto al solo aspetto finanziario. La sua inflessibilità sui principi lo ha portato a pagare prezzi politici che rappresentano oggi un monito esigente e l’indicazione di un percorso di grande attualità.
Ma tutte queste immagini si sovrappongono in un unico, profondo e grande sentimento che suscita oggi Andreatta in chi lo ha conosciuto: la gratitudine. L’abbiamo tutti scoperta in questi anni di sofferto silenzio. Gratitudine immensa, non misurabile, per l’unicità e la straordinarietà di quello che abbiamo ricevuto.
È un sentimento personale, ma è anche un pensiero politico, che accomuna sicuramente tutti quelli che insieme a lui hanno rinnovato una storia che si era profondamente alterata e con coraggio ne hanno costruito una nuova.
L’unica parola vera che prevale è grazie.