Spera. L’autobiografia

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Federico Smidile

Spera. L’autobiografia

Mai come in questa occasione il titolo di un libro è apparso aderente alla realtà. La speranza di cui parla Papa Francesco nella sua autobiografia-testamento, letta per noi da Federico Smidile, è la duplice speranza che in queste ore dovrebbe accomunare credenti e non credenti: che José Mario Bergoglio possa tornare presto a esercitare il suo magistero e che il mondo ritrovi la strada per la pace.

Francesco (Jorge Mario Bergoglio), a cura di Carlo Musso
(Mondadori 2025)

L’autobiografia di un Papa. Un testo inedito che è tante cose assieme. Certamente è un libro legato alla memoria personale dell’autore, Jorge Mario Bergoglio, argentino, discendente di emigranti piemontesi giunti nel Paese sudamericano per cercare una vita migliore.

Qui ci sono i ricordi dei nonni di Bergoglio, del loro viaggio pericoloso in nave, un viaggio che tanti non hanno completato. Vengono ricordati i naufragi, il dolore, le umiliazioni subite da chi arrivava in Argentina. I migranti di allora, i “clandestini” di allora, erano gli italiani. E la questione dei diritti di coloro che sono costretti a lasciare il proprio Paese nasce da lì, dalla memoria, quasi in senso proustiano (che il Papa cita).

Lo stesso vale per la guerra, che Bergoglio condanna in ogni sua forma, ma senza mai equiparare aggrediti e aggressori. Nel corso del libro si parla dell’attacco russo all’Ucraina, si fa riferimento all’Holodomor, al diritto degli ucraini. Ma si cerca una soluzione: quella nella tradizione della Chiesa, che si offre come mediatrice, che cerca di far parlare tutti, volendo far tacere le armi e salvare vite.

Guerra e immigrazione si intrecciano: Francesco ricorda le vittime che ha incontrato, coloro che ha cercato di aiutare (rispondendo senza rispondere a chi dice “Il Papa parla ma non prende i migranti”. Lo fa eccome!). E ricorda l’importanza dell’ambiente, con una forza che probabilmente nessun Papa prima di lui ha mai espresso.

Ma questo libro è, ovviamente, anche una Lezione che il Papa offre ai credenti e ai non credenti. Una lezione mai autoritaria, sorridente come quel Dio che lui vede sorridere. C’è la Speranza, che non è solo un valore richiamato dal titolo, ma il vero cardine della Fede. Una speranza che può valere anche per chi non crede: non un ottimismo sciocco, ma una volontà di agire con fiducia, per migliorare le condizioni di tutti qui e oggi, non solo e non tanto nell’altra vita.

Ecco, la vita. Questo libro è anche un testamento. Doveva essere pubblicato alla morte di Bergoglio, ma il Giubileo e altre circostanze ne hanno anticipato i tempi. Francesco parla di quanto fatto nel suo pontificato, lascia raccomandazioni perché si prosegua sulla strada della modernizzazione, vedendo la tradizione non come un ramo secco, ma come una radice da cui trarre nuova linfa.

Parla anche della sua morte, del suo funerale semplice, della sepoltura non in Vaticano – «casa del mio ultimo servizio, non dell’eternità» (p. 256) – ma nella sua amata Santa Maria Maggiore. Proprio qui Francesco mostra la sua fragilità umana: «Anche se che me ne ha fatte molte, ho chiesto solo una grazia ancora al Signore: prenditi cura di me, che sia quando vuoi, però, Tu lo sai, io sono piuttosto fifone per il dolore fisico… Quindi, per favore, che non mi faccia troppo male» (p. 256).

È anche un libro di storia, carico di umanità. Francesco ricorda il ruolo sempre maggiore delle donne nella Chiesa, sottolineando che le donne sono più importanti degli uomini, in quanto madri, e citando Maria, madre di Gesù. È chiaro che questa visione non soddisferà molti, ma va ascoltata e compresa. Francesco non apre al sacerdozio femminile, ma ritiene che sia molto più importante quello che già oggi le donne fanno, laiche e religiose, negli organi guida della Chiesa. Non hanno un ruolo inferiore, ma decidono e organizzano Ministeri ed enti importanti. È un dato che Francesco vuole evidenziare, anche per renderlo probabilmente irrevocabile, e che si colloca nell’ottica di una Chiesa aperta e attenta alle persone, tutte invitate ad entrare.

E quando dice “tutte”, non lo dice a caso. Ricorda che anche i divorziati, gli omosessuali, i transessuali – che in passato erano stati discriminati – hanno diritto ad essere accolti. Bergoglio ricorda un incontro con questi ultimi in Vaticano, le loro lacrime di gioia perché il Papa aveva dato loro la mano, un bacio, «come se avessi fatto qualcosa di eccezionale per loro! Ma sono figlie di Dio! Possono ricevere il battesimo alle medesime condizioni degli altri fedeli, e alle stesse condizioni degli altri possono essere ammesse al compito di padrino o madrina, così come essere testimoni di un matrimonio. Nessuna legge del diritto canonico lo vieta» (p. 260). E se qualcuno è stato rifiutato dalla Chiesa, «è stato rifiutato da una “persona” nella Chiesa, non dalla Chiesa stessa» (p. 261).

E sempre la storia parla quando Bergoglio ricorda la dittatura argentina di Videla, Massera e degli altri loschi figuri che insanguinarono il Paese dal 1976 al 1983. Subito dopo l’elezione si erano diffuse voci, fake news, di una complicità del gesuita Bergoglio con i dittatori. In realtà era sufficiente leggere il bel libro di Nello Scavo, La lista di Bergoglio. I salvati da Francesco durante la dittatura. La storia mai raccontata (Emi, Bologna 2013), per capire quanto infondate fossero le voci. Ma lo stesso Francesco, senza rispondere e senza citare nulla, racconta la storia, in un capitolo significativamente titolato “Divorano il mio Popolo come fosse pane” (pp. 153-171).

Ricorda i nomi di coloro che furono rapiti, torturati, uccisi: la sua docente di chimica Esther Ballestrino de Careaga, le madri di Plaza de Mayo – anch’esse torturate e uccise dopo essersi viste strappare i figli. Ricorda i religiosi martiri, gli stupri, le violenze, i silenzi complici (anche di parti della Chiesa), i traditori alla fine giustamente puniti. Ricorda i depistaggi, le beffe feroci, i tentativi fatti per salvare almeno qualche vittima.

Bergoglio non esita ad entrare nella casa di Videla come celebrante di una Messa per affrontare il Generale, e non esita a sfidare il terribile Massera, urlandogli contro. Non esita a nascondere potenziali vittime, a dar loro il suo passaporto a rischio della vita. Non è un racconto eroico, ma un semplice dato di fatto: era giusto così, e si fece così. Anche ascoltando le domande più dure: «Dove era la Chiesa in quel momento?» (p. 169).

Tanti sarebbero gli spunti da ricordare: dalla passione per il calcio, al rapporto affettuoso con Ratzinger, a tanto altro. Resta che siamo di fronte a un libro sorridente, a un testamento che si rivolge ai credenti, ma che può parlare anche a chi credente non è, almeno per quella Speranza che sostiene gli esseri umani pure in momenti terribili. Un’autobiografia molto particolare, forse unica, che si fa leggere e che fa riflettere.

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