Gli squilibri macroeconomici globali sono tornati al centro del dibattito internazionale: il surplus cinese risale, il deficit esterno americano si amplia e un “secondo China shock” investe ormai i settori a più alto contenuto tecnologico, ridisegnando i termini della competizione industriale anche per l’Europa.
In questo quadro, segnato dai lavori dell’ultimo G7 ad Évian, si colloca il contributo di Fabrizio Pagani, che legge questi fenomeni nella loro natura anzitutto macroeconomica, non riducibile alla sola politica commerciale. Il nodo che il paper porta in primo piano riguarda da vicino l’Unione: l’Europa risparmia molto e investe poco. Ogni anno, come ricorda il Rapporto Letta, circa 300 miliardi di euro lasciano il continente verso i mercati esteri. Il problema non è la scarsità di capitale, bensì la frammentazione del mercato che dovrebbe valorizzarlo, un limite strutturale che incide sulla capacità europea di crescita e investimento.
Su questo terreno l’analisi individua la leva più potente che l’Europa può azionare in autonomia: la realizzazione della Savings and Investments Union. Completare il mercato europeo dei capitali significa trattenere il risparmio del continente e orientarlo verso gli ingenti fabbisogni di investimento, stimati dal Rapporto Draghi in almeno 750-800 miliardi di euro l’anno, trasformando uno strumento di efficienza finanziaria in un fattore di autonomia strategica.
Tutto questo lascia all’Europa un compito preciso: mentre la direzione delle altre grandi economie resta incerta, la risposta europea agli squilibri globali dipende soprattutto da sé, dalla capacità di mettere finalmente il risparmio del continente al servizio dell’economia europea.