Operaicidio. Perché e per chi il lavoro uccide. Le storie, le responsabilità, le riforme

operaicidio recensione
Noemi Paolucci

Operaicidio. Perché e per chi il lavoro uccide. Le storie, le responsabilità, le riforme

Nel nostro Paese si continua a morire di lavoro ogni giorno, spesso nel silenzio generale. Operaicidio affronta questa tragedia con uno sguardo ampio e profondo, alternando dati, analisi e storie reali. Il libro di Bruno Giordano e Marco Patucchi non si limita a denunciare: nomina, spiega, propone. Questa recensione ne restituisce il significato più profondo, tra indignazione, rigore e memoria. Il volume è qui recensito da Noemi Paolucci.

Bruno Giordano e Marco Patucchi
(Marlin Editore, 2025)

«Le morti di lavoro sono venti-trenta volte superiori ai casi di femminicidio, cinque volte superiori agli omicidi delle mafie, ma curiosamente non esiste una parola per descrivere una tragedia civile come questa», scrivono gli autori nel primo capitolo del volume, La colpa delle parole, le parole della colpa.

Il neologismo Operaicidio è il cuore semantico e politico dell’opera: una parola che non esisteva, ma che serviva. Bruno Giordano e Marco Patucchi la scolpiscono a colpi di dati, dolore e memoria. Una parola per dire l’indicibile: la strage continua di chi muore lavorando. Una parola che non si nasconde dietro alla comoda fatalità, ma che indica, con chiarezza, responsabilità e colpe. In un’Italia che conta una media di tre morti sul lavoro al giorno e un infortunio al minuto, questo libro è insieme atto di denuncia e costruzione culturale.

Alternando voci saggistiche, analisi storiche, linguaggio giuridico e racconto civile, Operaicidio si struttura come un dizionario enciclopedico della strage: ogni capitolo è una voce autonoma che affronta uno dei nodi fondamentali di questa tragedia nazionale — dal caporalato alla disinformazione mediatica, dalle falle giudiziarie alla solitudine degli orfani.

La scelta stilistica e formale è potente. L’opera è strutturata su due piani narrativi: accanto alla riflessione sistemica, troviamo infatti le storie dei lavoratori caduti, veri e propri racconti brevi che restituiscono corpo e voce alle vittime. Ad esempio, nel capitolo I numeri, troviamo la storia di Abdul: «Era il marzo del 1991 […] Abdul, un ventenne come gli altri a caccia di una vita migliore. […] Più di trent’anni dopo, Abdulla Bisku, nato a Kavaje, ha visto spezzarsi il sogno ormai quasi realizzato: è morto di lavoro in Italia, in un cantiere edile di Asola».

Questi racconti arrivano puntuali, in ogni capitolo. La narrazione si spezza in maniera netta e sulla carta compare in grassetto la parola Storie. La morte non viene romanticizzata, i caduti non sono eroi: sono vittime di una delle più crudeli ingiustizie.

«Cristian Cattaneo si è interrotto all’ospedale di Aosta dove era ricoverato, in condizioni disperate, dopo l’incidente sul lavoro: stava installando un infisso per le strutture di risalita di Gressoney-La-Trinité, quando è precipitato da una scala», scrivono ancora, senza mezzi termini. Queste storie, narrate con linguaggio semplice ma struggente, fanno male perché sono vere. Perché raccontano non solo la morte, ma «l’interruzione» appunto di una vita quotidiana: un sogno d’emigrazione, una passione per il motociclismo, un abbraccio mancato. Ogni storia è un modo per dire: “non era inevitabile”. E dunque: era colpa di qualcuno.

Proprio sul linguaggio — sulla responsabilità delle parole — il libro costruisce una delle sue sezioni più forti: «Quando avviene un incidente stradale […] si parla di ‘strage del sabato sera’, ma non si evoca quasi mai l’‘errore umano’ di chi ha premuto sull’acceleratore. Se a morire sono tre operai, invece, è troppo spesso un errore umano. L’errore umano non è una giustificazione, ma una colpa».

Questa riflessione — che attraversa anche l’introduzione di Luciano Canfora, intitolata Il fatto: risorsa padronale e alibi giornalistico — mette sotto accusa la complicità linguistica del sistema mediatico. L’“incidente” è un frame rassicurante che deresponsabilizza. Ma se invece di “infortunio sul lavoro” si parlasse di “omicidio sociale”, il lettore, il cittadino, l’elettore reagirebbe in modo diverso.

Non mancano le proposte: Operaicidio è un testo politico nel senso più alto del termine. Gli autori immaginano un’Italia in cui si investe nella formazione alla sicurezza, si moltiplicano gli ispettori, si riduce la precarietà strutturale che espone i lavoratori al pericolo. E lo fanno senza retorica, ma con precisione giuridica e concretezza.

La copertina, potente ed evocativa, mostra un operaio bardato davanti a una fornace in fiamme: una figura quasi mitologica, arcaica, sovrumana, che rimanda a un mondo in cui il lavoro è ancora fatica fisica, rischio e resistenza. Un’immagine che disturba, ma che costringe a guardare. Come il libro.

Operaicidio è un libro necessario. Non solo per chi si occupa di diritto del lavoro o di giornalismo, ma per chiunque voglia capire davvero cosa si nasconde dietro la parola “incidente”. È un grido civile, documentato e appassionato, che restituisce dignità alle vittime e responsabilità ai colpevoli. Un libro che non assolve e non consola. Ma che — finalmente — nomina.

Perché, come scrivono gli autori: «I neologismi non introducono soltanto una nuova definizione ma accolgono un fatto, battezzano una serie di eventi che irrompono nella società ed esigono un riconoscimento non solo terminologico ma anche e soprattutto sociale».

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