Con questo libro termina il lungo lavoro di ricostruzione storica tramite lo strumento del romanzo che Scurati ha messo in atto sulla figura di Mussolini e sul suo tempo. Al di là della forma romanzo, che consente libertà espressive che il saggio storico vieta, Scurati ha scritto – e qui completa – un saggio storico sotto altra forma. Quasi tutto, infatti, è verificato e verificabile: dialoghi, situazioni, momenti, sono accaduti e possono essere raccontati. Il rigore scientifico non toglie nulla alla vividezza del racconto, anzi la rafforza e rende la lettura del libro un momento trascinante.
Si viene portati per mano dentro la tragedia finale di Mussolini, vedendo la vigliaccheria del “Duce”, incapace di rendere al Paese il solo servizio utile che avrebbe avuto il dovere di fare: evitare di dare vita a Salò, evitare di causare lo scontro fratricida e un odio tra italiani che, con la sua acquiescenza agli ordini di Hitler – acquiescenza che non lo assolve ma lo condanna ancora di più – ha invece provocato.
In una certa nuova vulgata, infatti, si afferma che i partigiani avrebbero la colpa di aver voluto la guerra civile. Scurati mostra invece, ribadendo con la forza della scrittura artistica un dato di fatto che solo i finti ingenui ignorano, che è Mussolini a dare vita alla guerra tra italiani, a ordinare la repressione, a creare un regime ancora più assurdo di quello di Quisling in Norvegia o di Pétain in Francia. Almeno quelli avevano la “giustificazione” del trionfo delle armate tedesche. Mussolini nemmeno quello.
Mussolini che fa uccidere il genero, Ciano, guadagnandosi l’odio della figlia Edda. Mussolini che non sa, non vuole, scegliere, che lascia fare, che fa anche con il silenzio. Mussolini che Scurati ci ha mostrato tronfio e gonfio, e che ora è solo un pallone sgonfiato ma ancora capace di far male. Ancora capace di parlare, almeno una volta, alle folle fasciste, come a Milano poco prima della fine. Scurati racconta questa temporanea rinascita mussoliniana, evidenziando come il “Duce” poteva ancora farsi sentire. Allora perché non farlo per dire ai suoi di evitare la guerra, i massacri, il tener la mano ai nazisti stragisti?
Scurati non si accanisce su Mussolini caduto: è semplicemente un narratore obiettivo. La vigliaccheria di M è nota, e così la sua egolatria che lo porta anche alla fine a pensare a sé stesso, solo a sé stesso, compiangendosi e accusando tutto e tutti della catastrofe. Tutto e tutti tranne chi avrebbe dovuto: lui stesso.
Emergono le figure comunque forti di Rachele, la moglie tradita, e di Claretta, l’ultima amante, colei che volle stare accanto al suo “Ben”. Emerge la canea di coloro che sono vicini a Mussolini: Graziani, Pavolini, Buffarini, Guidi, tutta quella corte dei miracoli priva del senso della realtà ma feroce complice dei massacri che avvengono in Italia tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945.
Viene ricordato il luogo simbolico che era Piazzale Loreto, dove fascisti e nazisti avevano massacrato i partigiani nel 1944, abbandonandone i corpi per dare un esempio alla popolazione. Come detto, tutto è documentato, e ciò che non può esserlo non viene narrato. Non abbiamo fonti certe per la fucilazione di Mussolini, Claretta, Bombacci, e allora Scurati non ne parla. O meglio: ne fa cenno, ovviamente, ma non racconta nulla. È un romanzo questo M, ma reale e realistico. Non serve inventare ciò che non è dimostrabile, anche perché la storia è di per sé stessa tragico romanzo.
Tutto quanto detto non deve far dimenticare la qualità letteraria dell’opera di Scurati. Se un marziano che non sapesse nulla della nostra storia venisse sulla terra e leggesse questo e gli altri libri, ne sarebbe affascinato e avrebbe voglia di approfondire, inorridendo del fatto che, se Mussolini è morto, non così il fascismo, proteiforme nel suo cambiare ma sempre vivo, come un virus per il quale non si trova un vaccino.
E lo stesso marziano non potrebbe che piangere per l’episodio di Liliana Segre bambina; e se non lo facesse lo si potrebbe interrogare con Dante: «Ben se’ crudel se già non ti duoli (…) e se non piangi di che pianger suoli?» (Inferno, XXXIII, vv. 39-42).
Alle pagine 123-125, infatti, dopo aver citato il Binario 21 della Stazione Centrale di Milano, quello da cui partivano i treni per Auschwitz, Scurati ricorda con parole che lacerano l’anima la «principessa del suo papà», la piccola Liliana Segre, prigioniera in quanto ebrea, sperduta, accanto a un padre distrutto dal non poterla proteggere. Sono pagine intensissime, un atto d’accusa, l’ennesimo, contro il fascismo, contro Mussolini che vuole e prosegue la criminale persecuzione contro gli ebrei, con lo stesso idiota entusiasmo di Pétain. Senza alcun “motivo”: solo per farsi bello agli occhi di quei nazisti che lo disprezzano e deridono.
Una delle curiose teorie letterarie di chi forse non ha letto nemmeno un libro è che uno scrittore «non dovrebbe occuparsi di politica». Come se lo scrittore vivesse nell’Iperuranio, come se non raccontasse ciò che lo tocca. E se fosse vera questa tesi, “fascisteggiante” diciamo, dovremmo buttare via moltissima letteratura mondiale di sempre. Dallo stesso Dante, che nella sua opera somma parla, eccome, della politica del suo tempo, ad Alessandro Manzoni, che non solo nella Colonna infame, ma anche nelle poesie e nei Promessi sposi, fa storia politica, sotto metafora spesso ma chiarissima.
Scurati fa letteratura, arte, storia. M va letto con tutte queste “Muse” accanto, per comprendere un fenomeno misterioso, ma non troppo, come l’avvento, il potere e la fine di una figura di totale mediocrità come Mussolini, eternamente ritornante.