L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna (1979-1980) 

Federico Smidile

L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna (1979-1980) 

La nuova opera di Miguel Gotor, L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica e Bologna 1979-1980, rappresenta uno dei contributi più solidi e necessari alla comprensione della nostra storia repubblicana recente. Con metodo rigoroso e un linguaggio limpido, Gotor affronta uno snodo cruciale della vicenda italiana, ricomponendo fonti, contesti e responsabilità con l’“acribia” dello storico di professione. Questa recensione di Federico Smidile mette in luce non solo la struttura e la tesi del volume, ma anche la forza civile che anima il lavoro di Gotor: un’indagine storica che restituisce profondità, complessità e memoria a una stagione troppo spesso semplificata o rimossa.

Recensione del libro di Miguel Gotor (Einaudi 2025)

Quando frequentavo l’università si usava una espressione che spiegava perché un tale libro era stato scelto per studiare un dato argomento. Quel testo avrebbe “colmato un vuoto” nella storiografia, trattando in maniera originale un argomento che magari era noto ma che non aveva avuto sino ad allora analisi degne della scienza della storia.

Infatti, la storia è una scienza, esattamente come la fisica o la chimica. Ha regole, procedure, metodo e analisi, e non è cosa che tutti possano affrontare, almeno senza prima una lunga preparazione a quello che Marc Bloch definiva “le métier d’historien”, nella sua capitale Apologia della Storia dalla quale nessuno che pensi di scrivere di storia può prescindere.

Il libro di Miguel Gotor fa proprio questo. Riempie un vuoto. Non che non si sia mai scritto, anche molto seriamente, dell’omicidio di Piersanti Mattarella, non che non si sia trattata, anche con passione e compassione, la storia italiana che Gotor racconta, ma quello che appare chiaro a chi legge è che, appunto, siamo di fronte a un libro scientifico, a un vero trattato di storiografia (il fatto che sia scritto bene come un romanzo nulla toglie e molto dona al lettore).

Gotor usa, appunto, gli strumenti della scienza storica per sostenere una tesi difficile, ma che la lettura del libro rende decisamente convincente: l’omicidio del Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980) non fu opera della sola mafia di fronte al rifiuto dell’esponente DC di piegarsi alle sue logiche di potere. Non è, infatti, casuale per Gotor che Mattarella stesse portando avanti, dal 1978, un’esperienza di governo analoga a quella di Aldo Moro, ossia la collaborazione con il PCI. E non è casuale che il nome di Piersanti Mattarella fosse sempre più indicato come vicesegretario nazionale della Democrazia Cristiana, in funzione di riattivare il progetto della “Solidarietà Nazionale” disintegrato dall’uccisione di Moro e dalla rottura, nel 1979, dell’accordo DC-PCI. All’inizio dell’anno fatale 1980 nulla era ancora scritto e le possibilità di una ripresa del dialogo tra i due partiti maggiori non erano ancora chiusa.

Una tesi, quella di Gotor, che vede, quindi, la mafia affiancata dai fascisti, Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini in particolare, che potrebbero essere gli esecutori materiali dell’omicidio, oltre che da Licio Gelli, Vito Ciancimino e i servizi segreti, che non possiamo definire “deviati”, osserva Gotor, dato che sono proprio i vertici ad agire.

E qui entra in gioco lo storico e il suo mestiere. I due fascisti sono stati assolti in via definitiva dalla giustizia italiana per questo delitto. E nulla può portarli di nuovo sul banco degli accusati per lo stesso reato. Tra i tanti delitti commessi, non pesa sulla loro posizione penale quello di Piersanti Mattarella.

Ma se la storia, anzi la Storia con la maiuscola di rispetto – scrive Gotor – «non si ferma davanti a un portone», come dice De Gregori nella canzone La storia siamo noi, non lo fa nemmeno davanti a sentenze, che ovviamente rispetta, ma che usa come fonte, discutendone criticamente, con la critica storica, il valore. Non è vero, però, sempre per citare De Gregori, che la storia «dà torto e dà ragione».

La Storia non è giudice, ma analista, osserva, usa le fonti e va oltre i limiti, giusti, che la giustizia deve imporsi per dare garanzie a tutti, imputati di efferati crimini compresi.

Al riguardo appare essenziale il paragrafo 2 del capitolo terzo: Il giudice e lo storico: una questione di metodo (e di feeling). È proprio qui che viene spiegato perché il lavoro dello storico prosegue anche dopo le sentenze definitive, e non può limitarsi a queste; la verità giudiziaria, ricorda Gotor (pp. 43-sgg) non necessariamente deve coincidere con quella storica che dovrebbe avere come obiettivo quello di fornire «quadri esplicativi dei contesti nei quali sono maturati determinati eventi (…)». Lo storico non condanna e non assolve, usa gli strumenti della sua scienza per capire, arrivando a verità che sono sempre in discussione, che possono (debbono) essere perfezionate e se del caso rovesciate da altri storici, da altri scienziati della storia, che possano esaminare fonti diverse, o anche le stesse ma in modo diverso.

Si tratta di un tema complesso, a maggior ragione oggi dove si è assistito a un processo di «de-storicizzazione della conoscenza» (p. 45) che impone un eterno presente senza rapporto tra il tempo nel quale lo storico vive e il passato storico del tempo. Invece è necessario studiare quanto accaduto con i metodi della storia proprio per capire cosa sia accaduto e perché.

La storia non ha un senso giudiziario, quindi, ma lo ha etico e morale, che muove dall’assassinio del Presidente della Regione Sicilia, ma che si allarga a tutta la storia recente del nostro Paese; Gotor lo dice con grande chiarezza: «(…) ci sono (…) troppi martiri civili a importi la necessità di un giudizio storico sulle stragi di matrice neofascista che hanno insanguinato l’Italia tra il 1969 e il 1984 a Milano (1969, diciassette morti), a Gioia Tauro (1970, sei morti), a Peteano (1972, tre morti), a Milano (1973, quattro morti), a Savona (1974, un morto), a Brescia (1974, otto morti), a San Benedetto Val di Sambro (1974, dodici morti), a Bologna (1980, ottantacinque morti), a San Benedetto Val di Sambro (1984, sedici morti). Oltre centocinquanta vite straziate che hanno lasciato reliquie laiche, come quelle conservate presso la Casa della memoria di Brescia: una penna spezzata, degli occhiali rotti, una patente bruciacchiata, un orologio da polso fermo all’ora dello scoppio, una tessera del CGIL o del PCI, il disegno di un bambino, una foto ingiallita dal tempo dell’insegnante Alberto Trebeschi con il figlio neonato in braccio che ho avuto modo di toccare con mano, non senza emozione, il 27 febbraio 2024 (…)» (pp. 245-246).

Gotor ricorda più volte l’intervista all’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che il 16 aprile 1993 invitava a non limitare la ricerca delle cause dell’omicidio del fratello a una vendetta della mafia, ma, piuttosto, ad alzare lo sguardo tra Palermo, Roma, e anche oltre. Ed è a questo che si dedica Gotor, non da giudice ma da storico. Con l’acribia propria dello studioso.

“Acribia” significa cura minuziosa, precisione scrupolosa, attenzione estrema ai dettagli, soprattutto nello studio, nell’analisi di un testo o nel lavoro intellettuale. È una parola di origine greca (ἀκρίβεια, akribeia), che indica proprio l’esattezza puntigliosa, l’esattezza rigorosa. Si usa spesso in contesti colti o tecnici: per esempio, “uno studioso dotato di grande acribia” o “un’analisi svolta con acribia filologica”. Esattamente quello che si ha di fronte, che si legge al tempo stesso con la passione di un romanzo e la tensione che dà un testo scientifico complesso e che pretende la massima attenzione.

Ed è questo il segreto, per dire così, del libro di Gotor. Non vi è nulla di inventato, nulla di “complottista”, ma ogni parola è pesata, ogni fonte esaminata, e vediamo quante sono queste fonti andando ad esaminare il ricco apparato di note!

Ma serve tutto questo? Certamente sì, dice Gotor, e, per quel che conta, chi scrive queste righe dopo aver letto con passione ed emozione il libro, concorda. Per cercare di capire, non solo l’evento terribile e mai chiarito, l’uccisione di un uomo per bene, di un politico capace, ma il nostro Paese così privo di memoria e voglioso di dimenticare sempre tutto. Per questo, ricorda Gotor, si devono fare delle scelte.

Egli ha deciso di lasciare l’Assessorato alla Cultura del Comune di Roma non solo per i propri doveri di padre, ma perché «il giorno che l’avessi fatto, avrei cominciato a lavorare proprio a questo libro che ora tu hai nelle mani» (p. 322), per scrivere questo libro di storia che parla non solo agli storici di mestiere.

È stato questo tu che Gotor improvvisamente usa, rivolgendosi al lettore, che mi ha spinto a usare la prima persona in queste righe, in un dialogo con l’autore, condividendo con lui le motivazioni per cui ha scritto il libro: «Pensando con preoccupazione al presente e al futuro dell’Italia, Paese lacerato e smarrito in cui [la figlia di Gotor] diventerà donna» (Ibidem).

Il libro è dunque un rigoroso libro di storia e al tempo stesso una orazione civile. Non offre certezze, la storia seria non lo fa mai, ma apre squarci, fa domande, analizza i fatti con quell’acribia di cui si è detto, parola antica, in disuso ma preziosa, come questo testo da leggere e studiare per non perdere la memoria, tragedia tremenda quando tocca gli individui, ancora peggiore quando tocca, magari per volontà o pigrizia, un Paese che di silenzi e occultamenti ne ha visti sin troppi.

La recensione del libro in pdf

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