La ribellione è una virtù. Storie, avventure e ritratti di disobbedienza civile

Noemi Paolucci

La ribellione è una virtù. Storie, avventure e ritratti di disobbedienza civile

La ribellione è una virtù è un libro che arriva in un momento storico in cui la parola “dissenso” è spesso evocata, ma di rado compresa fino in fondo. Mario Lancisi - con la sua prosa asciutta, lucida e profondamente etica - ricostruisce storie personali che diventano materia politica, di singoli che fanno da argine quando le istituzioni si inceppano, di cittadini che scelgono di non voltarsi dall’altra parte. La sua è un’indagine civica che non concede zone d’ombra: ogni capitolo illumina una falla democratica, e allo stesso tempo il coraggio di chi ha osato denunciarla.

Recensione del libro di Mario Lancisi (TS – Terra Santa 2025)

Con La ribellione è una virtù Mario Lancisi, giornalista e scrittore tra i più esperti biografi di don Milani, firma un libro che è al tempo stesso un’inchiesta civile, una denuncia morale e un gesto politico nel senso più alto del termine. Non si limita a raccontare, ma interpreta, collega, rilancia: guarda l’Italia attraverso le storie di chi ha avuto il coraggio – o l’urgenza – di opporsi al potere quando il potere ha smesso di essere tutela e si è trasformato in sopraffazione.

Lancisi scrive con una sobrietà che non attenua l’impatto emotivo. Ogni capitolo è costruito come una lente d’ingrandimento su un’ingiustizia precisa: vicende di malasanità, di istituzioni impermeabili, di cittadini lasciati soli proprio quando avrebbero avuto più bisogno di essere ascoltati. Ma dietro ciascuna storia, ciò che interessa all’autore è il meccanismo: la dinamica che permette all’ingiustizia di replicarsi.

La tesi centrale, e più spiazzante, del libro è che la società non riconosce come virtù il dissenso. La ribellione non viene percepita come forma di vigilanza democratica, ma come disturbo dell’ordine. Lancisi lo esprime in modo netto, senza metafore, raccontando storie di personaggi ai quali non è stato perdonato il coraggio. La virtù è sempre il non disturbare: è chinare la testa, anche davanti ai torti. E qui una verità che spesso preferiamo ignorare: non basta che un torto avvenga, serve anche che qualcuno abbia l’audacia di chiamarlo col proprio nome. E proprio qui si apre il cuore del libro: la ribellione come responsabilità collettiva, come strumento quotidiano per impedire che la democrazia scivoli nell’obbedienza. Ad esempio, Rosa Parks arrestata a Montgomery per non aver ceduto il posto a un passeggero bianco sull’autobus, che dà inizio a un susseguirsi di azioni collettive che finalmente portano alla luce il dibattito sui diritti degli afroamericani negli Stati Uniti. Oppure – meno noto al grande schermo – l’allevatore José Bové che, nella Francia del 1999, guida un sit-in con almeno 300 persone per impedire la costruzione di un McDonald’s, risvegliando un movimento immenso di attivisti contro l’ingresso delle colture geneticamente modificate in Europa. Questo è uno dei punti di forza più sorprendenti del libro: il modo in cui Lancisi mostra che le vicende raccontate – per quanto appaiano come episodi isolati, quasi microscopici nella vastità del mondo – hanno in realtà una forza collettiva straordinaria. Sembrano gesti individuali, come una donna che rifiuta di alzarsi dal suo posto sull’autobus o come un contadino che decide di ribellarsi all’ingiustizia che lo schiaccia. Sembrano storie piccole, marginali, quasi quotidiane. E invece sono proprio quelle scintille intime, personali, a risvegliare la coscienza pubblica.

Il testo insiste su questo punto con grande lucidità: il cambiamento non inizia dall’alto, ma dal singolo che rompe la catena del silenzio. Una testimonianza, una denuncia, un atto di disobbedienza civile diventano esempi, e l’esempio diventa contagioso. È questo il potenziale più grande del racconto: ricordare che le rivoluzioni civili partono da gesti minuscoli, e che ogni storia personale può diventare un detonatore morale capace di spostare l’intera comunità perché «la disobbedienza è lo spazio che esiste tra il decreto ingiusto e il principio di giustizia». Una serie di esempi di personalità di questo tipo compone la prima parte del libro, chiamata appunto Storia della disobbedienza civile. Nella seconda parte – Viaggio nell’Italia disobbediente e ribelle – Lancisi si concentra sulla nostra penisola, mostrandoci storie singole di disobbedienza civile che hanno scosso, spesso in maniera indelebile, il Paese. Anche qui, si parte da un no, questa seconda parte del libro ha come primo racconto quello dedicato a don Biancalani – un pacioccone, come lui stesso si definisce – che, davanti allo sgombero della sua chiesa accogliente, si oppone alla destra razzista e anti-migranti e combatte con tutte le sue forze l’esproprio dei locali nei quali garantiva asilo a uomini e donne. E proprio con un altro grande no, che la parte volge al termine: Franca Viola non sposa il suo aguzzino e rifiuta la paciata. È anche e soprattutto grazie a quel no che il costume è la legge in Italia, nei confronti della realtà femminile, sono cambiate e ancora molto dovranno cambiare.

Quello che rende il libro potente è l’assenza di neutralità. Lancisi non finge un equilibrio artificiale: prende posizione, esplicitamente. Sta dalla parte di chi ha deciso di ribellarsi non perché voleva farlo, ma perché non aveva più alternativa. È anche un libro sul giornalismo – su ciò che dovrebbe essere, sul ribellarsi che torna a significare che tutti meritano giustizia. Non si tratta di difendere un interesse personale, ma un principio che riguarda tutti. La ribellione è una virtù è un testo necessario in un Paese in cui troppo spesso la rassegnazione viene scambiata per saggezza. Lancisi costruisce un racconto che non consola, non assolve, non chiude gli occhi. Mostra come l’ingiustizia sia un sistema, non un incidente, e come la ribellione – pur faticosa, pur rischiosa – sia l’unico antidoto al declino civile. È un libro che inquieta e che responsabilizza. Che ricorda, senza sconti, che il silenzio non è mai neutrale. E soprattutto che non c’è nulla di più rivoluzionario, in un Paese abituato a tacere, del dire: io non ci sto.

La recensione del libro in pdf

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