La cura come rischio necessario. Voci da un servizio di Salute Mentale che R-esiste

Noemi Paolucci

La cura come rischio necessario. Voci da un servizio di Salute Mentale che R-esiste

La cura come rischio necessario è un volume che non si limita a raccontare il mondo della salute mentale: lo attraversa, lo interroga e, soprattutto, lo espone. Nel ripercorrere le voci e le pratiche che animano uno dei territori più complessi della psichiatria pubblica italiana, Giuseppina Gabriele ed Emanuele Caroppo restituiscono alla cura il suo significato più autentico: un atto relazionale, fragile e coraggioso, che richiede di esporsi più di quanto protegga. Questa recensione prova a mostrare la forza di quel gesto: la capacità del volume di raccontare senza difendersi, di mostrare senza edulcorare, di ricordare che la cura non è, e non sarà mai, un terreno neutro.

Recensione del libro di Giuseppina Gabriele ed Emanuele Caroppo (Scione Editore 2025)

Con La cura come rischio necessario, Giuseppina Gabriele (psicologa, direttrice della UOC Salute Mentale del Distretto 6 del DSM della ASL Roma 2), ed Emanuele Caroppo (psichiatra, referente per la progettazione e la ricerca nel Dipartimento di Salute Mentale della ASL Roma 2), firmano un’opera che è, prima di tutto, un gesto politico. Non un manifesto astratto, né un compendio tecnico per addetti ai lavori, ma un atto di restituzione: il tentativo di riportare la salute mentale al suo significato più radicale, quello incarnato nella pratica quotidiana di un servizio pubblico che resiste – e r-esiste – dentro uno dei territori più fragili e complessi di Roma.

Il libro si apre con un’affermazione che ne traduce perfettamente lo spirito: «La memoria non è mai un atto neutro: può essere ridotta a nostalgia, oppure trasformata in coscienza». Questo vale per la psichiatria italiana, figlia della rivoluzione basagliana, ma anche per chi oggi lavora, vive o si cura all’interno dei servizi.

Gabriele e Caroppo non celebrano: interrogano. Non consolano: pungolano. Non difendono la Legge 180 come un monumento, ma ne riattivano il senso, ricordando che ogni conquista può essere smantellata, che «il ritorno indietro è sempre possibile».

Il valore più potente del testo è la sua coralità: infermieri, psichiatri, psicologi, tecnici della riabilitazione, educatori, ma anche utenti e familiari. Tra i capitoli, più di trenta autori raccontano episodi, scenari, dilemmi etici, esponendo il lavoro quotidiano per ciò che è: una pratica fragile, artigianale, mai scontata.

Massimo Cozza, nella prefazione, definisce il volume «un potente strumento di formazione» e chiarisce un punto cruciale: le pagine non spiegano come si dovrebbe lavorare, mostrano come si lavora davvero nei servizi territoriali, spesso con risorse insufficienti, «facendo le nozze coi fichi secchi» e tuttavia producendo cambiamento reale attraverso una rete di relazioni e di alleanze terapeutiche costruite nel tempo.

Il cuore della riflessione basagliana ritorna costantemente: la cura è sempre una relazione complessa, mai la semplice eliminazione del sintomo. La riduzione dell’umano a una checklist diagnostica viene criticata apertamente: «La sofferenza psichica non è mai riducibile a un singolo sintomo». La cura, dunque, non può essere un gesto tecnico ma un incontro. «Conosci tutte le tecniche, poi, quando incontri il paziente, sospendi il giudizio»: il libro riprende questa lezione basagliana con particolare forza, denunciando un rischio culturale contemporaneo tanto diffuso quanto silenzioso – quello di operatori «difensivi», travolti dal mandato implicito al controllo sociale più che dalla vocazione alla cura.

Uno dei fili rossi del libro è la denuncia della trasformazione strisciante della psichiatria in strumento di gestione delle paure collettive: la confusione tra disturbo mentale e pericolosità sociale, il carico improprio scaricato sui CSM dopo la chiusura degli OPG e la pressione crescente verso risposte securitarie anziché terapeutiche. Il testo è esplicito: «Disturbo mentale ≠ pericolosità sociale» – un’equazione che, se non smontata, rischia di produrre nuove forme di segregazione, «meno visibili ma ugualmente erosive della cittadinanza». Questa non è retorica: è analisi strutturale, messa a nudo da chi vive ogni giorno l’impatto reale delle scelte politiche sui corpi delle persone.

Forse il contributo più originale del testo sta nella ridefinizione del Centro di Salute Mentale: non un ambulatorio, ma un nodo. Un luogo che ha senso solo se è inserito in una rete di territorio – scuole, parrocchie, cooperative, associazioni, cittadini attivi. La cura non è mai solo clinica: è sempre anche sociale, culturale, politica. Questo concetto ritorna in molte voci del volume, soprattutto quando si descrive la pratica quotidiana: «La salute mentale si fa nelle stanze, nei quartieri, nelle case». Non è un’immagine romantica: è un dato di fatto. La salute mentale vive nel reale, non nei protocolli. Il libro mostra in modo vivido come un quartiere possa diventare un fattore terapeutico o patogeno, e come gli operatori debbano continuamente leggere e trasformare il contesto, non solo il paziente.

Il titolo non è metaforico. Il libro insiste sul concetto di rischio terapeutico: la cura richiede di esporsi, non di proteggersi. Il rischio non è imprudenza, ma responsabilità: rischiare l’empatia, rischiare la prossimità, rischiare di non essere protetti dalla «posizione di garanzia», rischiare di fallire insieme al paziente, rischiare di non avere risposte preconfezionate. È una postura rivoluzionaria, soprattutto in un sistema che tende all’efficienza amministrativa, alla standardizzazione, all’eliminazione delle zone grigie. I due autori ci ricordano che la cura avviene proprio lì, nelle zone grigie.

La recensione del libro in pdf

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