La città giusta. Scritti su esclusione e comunità

Marco Damilano

La città giusta. Scritti su esclusione e comunità

La metropoli delle borgate pasoliniane, la capitale che respingeva i poveri, la città alle prese con l’arrivo inaspettato degli immigrati: nel libro che raccoglie gli scritti di don Luigi Di Liegro ci sono quarant’anni di storia di Roma, delle sue miserie e delle sue contraddizioni, mentre mutava nei decenni e arrivava alle soglie del Duemila. Marco Damilano, in questa recensione del libro curato da Pierciro Galeone e Alessandro Romelli, traccia il profilo umano e pastorale del direttore della Caritas, scomparso nel 1997, la cui vita è stata anche uno straordinario insegnamento politico, dal convegno sui “mali di Roma” del 1974, ai corsi di formazione politica di fine anni Ottanta, con la partecipazione di maestri come Leopoldo Elia e Pietro Scoppola.

Recensione del libro di don Luigi Di Liegro curato da Pierciro Galeone e Alessandro Romelli (Edizioni Lavoro 2025)

Nel suo ufficio, dietro la scrivania, c’era una grande cartina di Roma divisa in settori, circoscrizioni, zone, quartieri, con tanti puntini colorati: di quei puntini lui conosceva tutto, le sofferenze, le rivendicazioni, le speranze, gli autobus su cui si spostava, le scuole, le parrocchie, i centri sociali, i consigli circoscrizionali in cui infaticabilmente andava a spiegare, convincere, ascoltare.

Nelle sue scarpe, le scarpe di don Luigi, c’erano quaranta anni di strade e di storia di Roma: dalla città pasoliniana, Roma capoccia, Roma ricotta, Roma ladrona, alla metropoli della vigilia del Duemila, invecchiata e dinamica, multietnica e violenta, nevrotica e paralizzata. Dal Riccetto di “Ragazzi di Vita” agli sbarchi degli immigrati. «La città che più di ogni altra risente dei problemi e delle contraddizioni derivanti dalle inadeguatezze delle risposte tradizionali ai nuovi bisogni sociali», denunciava un rapporto Censis dei primi anni Novanta.

Don Luigi Di Liegro è scomparso il 12 ottobre 1997, stava per compiere 69 anni, è stato per decenni il direttore della Caritas romana, la sua figura non è mai stata dimenticata. Un anno fa, il 25 ottobre 2024, la diocesi di Roma gli ha dedicato una grande assemblea nella basilica del Laterano, dove si svolsero i lavori del grande convegno del 1974 dedicato alle “responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di giustizia e di carità della diocesi di Roma”. C’era anche papa Francesco, è stata una delle sue ultime uscite. Qualche settimana fa la sua salma è stata traslata ai Santi Apostoli, in centro, sopra c’è la frase «Non c’è carità senza giustizia». Ed è appena uscito per Edizioni Lavoro un libro prezioso che raccoglie i suoi scritti su esclusione e comunità, “La città giusta”, a cura di Pierciro Galeone e Alessandro Romelli, con prefazione del cardinale vicario di Roma Baldassare Reina.

La vita di don Di Liegro, nato a Gaeta nel 1928, figlio di un pescatore, si è subito intrecciata con le strade di Roma: vice-parroco a San Leone Prenestino, negli anni Cinquanta una borgata popolare. Era stato prete giovane nella Roma democristiana dei sindaci cattolici Italo Becchetti, Amerigo Petrucci, Clelio Darida, e poi con i sindaci comunisti Argan, Petroselli, Vetere. Il convegno sui “mali di Roma”, organizzato da Di Liegro, cominciò il 12 febbraio 1974, esattamente tre mesi prima del referendum sul divorzio, quando i cattolici scoprirono di non essere più maggioranza nel paese. Per la prima volta prendevano la parola le realtà di base, preti, suore, giovani, per interrogarsi sul futuro della città e sulle disuguaglianze che ne caratterizzavano la crescita. Un esperimento di democrazia e di partecipazione nella Chiesa non solo romana mai più ripetuto.

Don Luigi attraversava la città in fiamme, le contraddizioni della sua crescita, il suo insopportabile degrado. Un uomo d’azione, che affascinava gli intellettuali. I suoi scritti e i suoi articoli testimoniano non solo la sua infaticabile opera di giustizia, ma il suo pensiero su Roma, «specchio dilatato di un’Italia che negli ultimi 25 anni ha visto completamente capovolgersi il suo impatto economico, il tessuto sociale, le sue strutture urbane», scriveva già nel 1970. La città che era passata dai 200mila abitanti dell’unità d’Italia al milione e mezzo nel censimento del 1951 ai tre milioni degli anni Settanta. E si trovava negli anni Ottanta e Novanta a dover affrontare le prime ondate di immigrazione, di cui Di Liegro colse subito la portata, ne intuì l’effetto politico sulle democrazie.

«Lo Stato-nazione ha funzionato come fattore di esclusione, tutti i progressi politici e giuridici compiuti nel quadro dello Stato, la libertà, l’uguaglianza, la democrazia, sono stati concepiti a esclusivo beneficio dei membri della nazione, gli altri sono implacabilmente respinti fuori dello Stato di diritto… oggi come ieri lo Stato-nazione serve da riferimento, da criterio ultimo per tracciare la linea di demarcazione tra “noi” e gli “altri”. Questa demarcazione sfocia inesorabilmente nella parola d’ordine: “prima noi”, seguita dall’altra: “fuori gli altri”». Era il 1989.

I suoi scritti compongono quella che è stata definita una vera e autentica teologia della città. «Il senso della Rivelazione non si dispiega pienamente se non nel rapporto dialettico con la storia profana in cui la Rivelazione è situata. E la stessa Rivelazione è rivelatrice di una vocazione dell’uomo, dal momento che, agli occhi della fede, la storia umana è parte integrante dell’economia divina». La teologia della città che ha anticipato il magistero di papa Francesco nella Evangelii Gaudium sulle «periferie esistenziali»: «La rivelazione ci dice che la pienezza dell’umanità e della storia si realizza in una città… Nuove culture continuano a generarsi in queste enormi geografie umane dove il cristiano non suole più essere promotore o generatore di senso, ma che riceve da esse altri linguaggi, simboli, messaggi e paradigmi che offrono nuovi orientamenti di vita, spesso in contrasto con il Vangelo di Gesù. Una cultura inedita palpita e si progetta nella città».

Di Liegro chiedeva di vedere, giudicare, agire, com’è nella prassi della Chiesa latino-americana. Studiare, approfondire i problemi. Con le ricerche, i centri studi, gli annuali dossier immigrazione che furono tra i primi strumenti di conoscenza del fenomeno. Per questo è stato un testimone del Vangelo, ma anche un maestro di politica per più generazioni. Alla fine degli anni Ottanta le scuole e i corsi di formazione politica promossi dalla Caritas diocesana di Roma vedeva impegnati a discutere con gli iscritti fino a tarda sera, Leopoldo Elia, Pietro Scoppola, Domenico Rosati, don Carlo Molari.

Quando morì, l’altra città cui aveva dato voce si diede appuntamento a Centro Giano, un quartiere sulla strada per Ostia, dove c’era la sua parrocchia. Don Luigi Di Liegro era soprattutto un prete. Un prete all’antica, che aveva dimostrato per la Chiesa una fedeltà assoluta e che tante volte nella sua vita si era trovato a ribellarsi alle logiche del potere per difendere il Vangelo, le beatitudini: povero di spirito, mite, costruttore di pace, pieno di fame e di sete di giustizia. «Senza paura del domani, senza paura dell’oggi, senza complessi del passato», come aveva scritto tanti anni prima il mantovano don Primo Mazzolari. Si cerca per la Chiesa un uomo. Don Luigi Di Liegro è stato questo, un uomo e un prete del Novecento. Un santo metropolitano.

La recensione del libro in pdf

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