Il Fornaio libanese

Il fornaio libanese arel
Noemi Paolucci

Il Fornaio libanese

Il fornaio libanese è un romanzo intenso e profondamente umano che intreccia memoria, guerra e resistenza civile sullo sfondo dell’invasione israeliana del Libano nel 1982. Eugenio Cardi racconta, con uno stile sobrio ma vibrante, la storia di Ibrahim, ex professore diventato fornaio, e di due sorelle palestinesi divise dalla geografia ma unite dalla lotta. Al centro, il pane e la chiave: simboli di sopravvivenza e speranza, contro l’oblio della Storia. Il volume è stato qui recensito da Noemi Paolucci.

«Al di là però di tali possibili definizioni formali, che lo si chiami “genocidio” o “massacro” o “sterminio”, la dura realtà che vivono quelle persone non cambia, e io credo che il cuore di uno scrittore non possa restare indifferente davanti a indicibili sofferenze»: questo l’inizio del dodicesimo libro di Eugenio Cardi, Il fornaio libanese. L’obiettivo del testo è chiaro da subito: un reportage politico e sociale della situazione che, da 75 anni, si verifica in Palestina. Si tratta di un romanzo storico, contemporaneo ma non troppo: lo Stato di Israele invade il Libano nel 1982.

Proprio durante l’invasione israeliana del Libano del 1982 è ambientato Il fornaio libanese. Si tratta di un romanzo profondo e struggente, che intreccia i fili della guerra, della memoria e della resistenza civile. È una storia che si muove tra la realtà storica e la potenza simbolica dei gesti quotidiani, restituendo dignità a vite troppo spesso dimenticate dalla grande Storia.

Il cuore della narrazione è Ibrahim, un ex professore di letteratura che, alla morte del padre, eredita un forno in un quartiere popolare della città. Da uomo di libri, con «nelle mani ancora l’eleganza del professore che era stato», si trasforma in uomo di pane, e proprio quel pane diventa il filo rosso che tiene insieme la sua comunità. Il forno non è soltanto un luogo di nutrimento, ma diventa uno spazio di rifugio, apprendimento e memoria. È lì che si raccolgono i bambini del quartiere, i giovani senza scuola, le madri in fuga dai bombardamenti. Ibrahim diventa testimone e custode della quotidianità in guerra, senza mai smettere di credere nella possibilità di ricostruire, nel potere del sapere e della solidarietà.

A sottolineare ciò, uno dei simboli più potenti e ricorrenti del romanzo è la chiave: non solo un oggetto concreto, ma il segno tangibile del diritto al ritorno per migliaia di profughi palestinesi. Nel libro, le chiavi vengono conservate come reliquie familiari da chi è stato costretto a lasciare la propria casa, generazione dopo generazione. Diventano così emblema di speranza, memoria incancellabile di un luogo perduto e insieme promessa silenziosa di un ritorno possibile. In Il fornaio libanese, la chiave è “molto”: è l’eredità di un passato rubato, e allo stesso tempo un atto di resistenza contro l’oblio.

E così come le chiavi, si legge della farina che richiama alla polvere delle esplosioni e del pane come preghiera e resistenza attiva, perché «finché insegneremo ai nostri figli a fare il pane, Beirut vivrà. Non nelle strade che cambiano, non nei palazzi che crollano, ma qui».

Accanto a Ibrahim, si sviluppano le vicende parallele di due sorelle palestinesi, Najma e Zaynab, cresciute in campi profughi organizzati dall’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi), a partire dalla Nakba, l’evento del 1948 che porta alla nascita dello Stato di Israele e alla cacciata del popolo palestinese. Najma vive a Jenin, in Cisgiordania; Zaynab è rimasta a Beirut con la madre. Separate dalla geografia, ma unite da un legame indissolubile, le due giovani compiono scelte diverse ma ugualmente radicali, entrando entrambe nella resistenza armata. Le loro storie sono attraversate da dolore, coraggio e contraddizione, e ci pongono domande scomode ma necessarie: cosa significa davvero combattere? Esiste una forma giusta di resistenza? Cosa resta di sé, quando si sceglie la lotta?

Con uno stile sobrio e incisivo, Cardi costruisce un romanzo corale, dove le storie individuali si intrecciano alla tragedia collettiva. Non ci sono eroi perfetti né facili soluzioni: c’è solo l’umanità, fragile e ostinata, che continua a scegliere di esserci. La scrittura di Cardi è asciutta e densa al tempo stesso: ogni frase è scolpita con precisione, ogni parola sembra portare il peso di una verità taciuta troppo a lungo.

Il protagonista diventa ognuno di noi: un uomo che cerca di conservare la propria umanità in mezzo alla disumanità della guerra. Tutti i personaggi sono costruiti con rigore, nessuno è più rilevante, a nessuno viene dato uno spazio maggiore a scapito degli altri: questo è un testo di conservazione dell’umanità di fronte alla distruzione della guerra.

Ma Il fornaio libanese è anche un libro sull’amore — per la famiglia, per la terra, per il pane che ogni giorno impasta nonostante tutto. Il gesto quotidiano della panificazione si trasforma in atto politico e spirituale: un modo per dire “resisto”, per non sparire.

Cardi non indulge nel sentimentalismo, ma nemmeno si rifugia nel cinismo. Il romanzo trova un difficile equilibrio tra rabbia e speranza, dolore e poesia. E alla fine ci lascia una domanda: cosa resta dell’uomo, quando intorno a lui tutto brucia?

Un libro necessario, che parla con urgenza del nostro presente, pur raccontando una storia senza tempo.

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