Il folle di Dio alla fine del mondo

folle dio
Noemi Paolucci

Il folle di Dio alla fine del mondo

Un libro che comincia con un paradosso fulminante: «Ecco un folle senza Dio che insegue il folle di Dio fino alla fine del mondo». Da qui si apre un viaggio unico, tra spiritualità, mistero e intimità. In questa recensione, Noemi Paolucci racconta il nuovo lavoro di Javier Cercas, che con la forma del romanzo senza finzione, interroga le domande più antiche dell’umanità e il ruolo della trascendenza nella società contemporanea.

Javier Cercas
(Guanda Narratori 2025)

«Un ateo, anticlericale laicista militante, razionalista ostinato, empio rigoroso»: così Javier Cercas definisce sé stesso nelle pagine iniziali del suo ultimo romanzo, Il folle di Dio alla fine del mondo, edito da Guanda Narratori. Il volume, composto da 464 pagine e suddiviso in 4 capitoli che scandiscono le tappe e le riflessioni del viaggio, rappresenta una delle opere più intense e sorprendenti dello scrittore spagnolo, presentata il 3 aprile 2025 al Teatro Studio Borgna dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, nell’ambito di Letterature Festival Internazionale.

Il folle di Dio alla fine del mondo racconta il viaggio di Cercas insieme a Papa Francesco in Mongolia, dal 31 agosto al 4 settembre 2023, esperienza che diventa il fulcro di una narrazione in cui la cronaca si intreccia con la riflessione esistenziale. Francesco si reca in Mongolia per osservare il mondo da una prospettiva radicale, «dalla periferia, dalla fine del mondo», fedele al suo approccio anticonvenzionale, che Cercas coglie con acuta sensibilità.

La copertina del libro, elegante e simbolica, cattura immediatamente l’attenzione del lettore: dominata da colori caldi e linee semplici, mostra una figura imponente e solenne che domina l’intera scena, evocando l’atmosfera mistica e lontana della Mongolia. Di fronte ad essa, una piccola figura bianca – proprio il Papa – sottolinea l’idea del confronto tra umano e divino, grandezza e umiltà, temi centrali nella narrazione di Cercas. La rappresentazione così “piccola” del Papa simboleggia efficacemente il fatto che Francesco è presente in quel luogo prima di tutto come uomo, non come autorità religiosa né come rappresentante di un’istituzione. Non è lì per imporsi, non è costretto dai suoi impegni ufficiali, non ha necessità di divulgare messaggi: Francesco è lì semplicemente perché ne ha bisogno come persona, mosso da una necessità intima e soggettiva. Questa scelta grafica riesce a sintetizzare perfettamente lo spirito del romanzo, anticipandone visivamente la profondità riflessiva.

Il libro, spiega Cercas durante la presentazione romana, è un romanzo sorprendente e «folle», un giallo enigmatico costruito attorno alla domanda più essenziale e delicata del cristianesimo: quella sulla vita eterna. L’intento è chiaro dalle prime pagine: «Chiedere a papa Francesco se mia madre vedrà mio padre al di là della morte, portare a mia madre la risposta».

La narrazione è abitata da una moltitudine di personaggi, tra cui lo stesso autore – «il folle senza Dio» – e il Papa, definito affettuosamente «il folle di Dio». L’ironia e il senso dell’umorismo diventano strumenti di indagine e rivelazione; lo stesso Pontefice, nel romanzo, si mostra ironico e anticonvenzionale, ponendosi radicalmente contro il clericalismo e l’idolatria.

Tra le molte scene significative del romanzo, particolarmente emblematica dello stile narrativo e della sensibilità di Cercas è l’incontro personale tra l’autore e Papa Francesco sotto il cielo sterminato della steppa mongola, lontano da ogni protocollo e formalità istituzionale. È un momento raccolto, intimo, che si staglia come una pausa sospesa nel viaggio, dove le parole del Pontefice si intrecciano con le riflessioni personali dello scrittore. Questa scena risulta centrale per comprendere l’essenza della scrittura di Cercas, capace di intrecciare con naturalezza dimensione pubblica e privata, ironia sottile e profondità filosofica, e di trasformare un semplice dialogo in un denso scambio sulla vita, la fede e l’incertezza dell’esistenza.

La maestria dell’autore risiede proprio qui: nella capacità di cogliere la complessità delle persone dietro i ruoli ufficiali, restituendoci un ritratto autentico, umano e toccante. Numerosi altri passaggi mostrano il volto reale e vulnerabile di Papa Francesco, lontano dall’immagine ufficiale del Pontefice. In particolare, risulta commovente il momento in cui Francesco confessa con disarmante semplicità il proprio «fastidio per l’idolatria», ammettendo che «quando le persone mi trattano come una sorta di santo vivente, non solo sbagliano, ma mi fanno sentire profondamente a disagio». Questo frammento, come altri nel libro, restituisce un’immagine intima e sincera del Papa, evidenziando ancora una volta il talento di Cercas nel catturare le sfumature più autentiche della personalità dei suoi protagonisti.

Javier Cercas affronta con sincerità il difficile compito di liberarsi dai pregiudizi iniziali, dichiarando che la realtà del viaggio è stata continuamente sorprendente rispetto alle sue aspettative. La testimonianza del giornalista Aldo Cazzullo, anch’egli divenuto personaggio del romanzo, enfatizza come l’opera di Cercas culmini in una riflessione profonda sulla resurrezione, la mortalità e il tempo, temi centrali anche nel confronto con l’eredità familiare e la perdita dei genitori. Una sua citazione è inserita proprio nel retro del libro, quando definisce Cercas come «il più importante scrittore civile d’Europa».

Non meno significativa è la lettura proposta dalla giornalista Sabina Minardi, che evidenzia l’attenzione dell’autore verso l’acuta coscienza storica di Francesco, il suo amore per la poesia e per opere classiche come I promessi sposi, e il suo fastidio per ogni forma di idolatria.

Ma ciò che rende davvero unico Il folle di Dio alla fine del mondo è come Cercas, partendo da un contesto apparentemente estraneo alla sua scrittura tradizionale – centrata solitamente sulla storia recente della Spagna, le ferite della Guerra Civile, il franchismo e la costruzione dell’identità collettiva e personale – sia riuscito a trasportare in questo romanzo tutte le sue grandi ossessioni letterarie: la ricerca della verità, la costruzione dell’identità, il confronto con il passato e il senso profondo della memoria.

Alla fine, l’enigma intorno alla promessa della vita eterna resta volutamente aperto, affidato a una pagina finale che Cercas definisce «un piccolo miracolo letterario». Un libro che, come tutte le grandi opere di Javier Cercas, non offre risposte definitive, ma invita il lettore a un viaggio profondo, ironico e sorprendentemente umano, sulla soglia tra fede e dubbio.

La lettura de Il folle di Dio alla fine del mondo si è rivelata un’esperienza immediatamente coinvolgente e profonda. Javier Cercas ha l’abilità rara di far sentire il lettore parte integrante del viaggio, quasi testimone diretto delle sue conversazioni con Papa Francesco.

Ho apprezzato soprattutto la capacità dell’autore di interrogarsi con sincerità, restituendoci non tanto risposte quanto nuove domande con cui confrontarci. Questo libro spinge inevitabilmente a riflettere intensamente sulla natura dell’umiltà, sulla fragilità umana e sulla bellezza nascosta nei momenti apparentemente ordinari. Cercas riesce a illuminare, con il suo stile sobrio e al tempo stesso raffinato, questioni fondamentali della vita, rendendo ogni lettore partecipe di un dialogo autentico e necessario con sé stesso e con la realtà circostante.

È una lettura che lascia tracce profonde, un viaggio letterario che risuona a lungo nell’anima.

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