Quando il libro di Melloni è stato scritto, il conclave era una prospettiva certo realistica ma ancora indefinita nel tempo. Non aveva la stretta attualità che, invece, ha oggi, con il conclave che eleggerà il successore di Papa Francesco oramai in atto. Questo cambiamento di status rende la lettura dell’importante studio di Melloni certamente più attuale, ma non aggiunge altro interesse, essendo il libro interessante di suo, oltre che ben scritto e appassionante come un romanzo, pur conservando tutto il rigore dello storico di livello quale Melloni è certamente.
Un racconto documentatissimo – impressionante l’apparato di note a fine volume che rende conto di quanto scritto nel testo –, che evidenzia come il conclave sia un’istituzione di fatto recente nella storia della Chiesa. Una storia che ha duemila anni, e nella quale circa ottocento sono un frammento importante ma non così antico e strutturato come potremmo pensare noi, con la nostra prospettiva politica che è spesso concentrata sul momento.
L’elezione del vescovo di Roma ha vissuto molte traversie e cambiamenti, ma ha da sempre uno scopo chiaro: creare un’elezione che sia incontestata, che risponda a canoni certi e alla quale la minoranza, sempre presente anche qualora il voto finale fosse unanime, sia disposta ad accettare un responso che l’ha vista sconfitta. Melloni non nasconde affatto il senso politico e umano dell’elezione papale.
Ovviamente non viene negata la spiritualità, anche se, come ricorda lo stesso autore, è difficile pensare che lo Spirito Santo sia colpevole di certe elezioni (a chi scrive queste note vengono in mente Alessandro VI Borgia con tutta la sua famiglia, e Paolo IV Carafa, Papa inquisitore e nepotista tanto “amato” dai romani da rischiare di essere buttato nel Tevere appena morto!). Ma l’elezione del vescovo di Roma – si insiste sul fatto che questa definizione non è marginale ma essenziale – è un atto di valore politico nel senso più ampio del termine.
L’eletto è un pastore di anime, ma anche una guida non solo per i cristiani. E non solo in epoche lontane, quando il Papa si voleva in grado di sciogliere e legare anche i sovrani più potenti. Anche nei tempi recenti, alla rozza domanda di Stalin «quante divisioni ha il Papa», si potrebbe dare, grazie alla lettura di questo libro non apologetico, una risposta netta: molte, e molto più durature delle tue, caro Iosif. La formazione del consenso intorno a una figura è un meccanismo complesso, delicato, difficile, e che non sempre riesce, per debolezza umana ma anche per influssi esterni.
La segretezza del conclave, infatti, non nasce per mantenere in vita degli «arcana imperii» misteriosi, per consentire chissà quali «diavolerie» (termine non scelto a caso), come si vede spesso nei film o nei libri di successo, e anche nelle noiose cronache “informate” che precedono ogni conclave. Nasce, piuttosto, per difendere gli elettori – che nel tempo sono diventati anche gli eletti, i cardinali – da attacchi e imposizioni, sia fisiche che politiche.
Incidentalmente si ricorda che il segreto assoluto vale per il conclave in atto, ma che dopo, chiunque sia testimone delle vicende accadute nella Sistina o nei paraggi, può chiedere al Papa di essere esentato dal segreto, e di norma il Papa non nega mai questo permesso. Negli anni recenti, lo stesso pontefice ha raccontato quanto accaduto in un conclave. Non che le potenze internazionali, e prima i vari nobili e nobilotti romani, non abbiano provato – e probabilmente non provino ancora – a influenzare il risultato finale, magari cercando più di evitare l’elezione di un pontefice sgradito che quella di un “proprio” Papa.
Lo racconta, con dovizia di particolari e citando fonti e documenti autorevoli, Melloni, per quel che riguarda l’elezione di Pio X nel 1903, quando il cattolicissimo imperatore Francesco Giuseppe aveva fatto sapere la sua netta ostilità all’elezione del Cardinale Rampolla, considerato filofrancese e nemico della doppia monarchia asburgica.
Ci sono anche le lotte interne tra correnti e persone. Ancora una volta troviamo in questo libro racconti storici, non favole da romanzo popolaresco, che hanno come fonte addirittura il Papa. Si fa riferimento al conclave che portò all’elezione di Ratzinger, dopo il lunghissimo regno di Giovanni Paolo II.
E la fonte altri non è che Bergoglio, assurto al papato dopo la rinuncia di Benedetto XVI. Papa Francesco racconta quanto accaduto, evidenzia come egli non abbia voluto – così come non lo voleva Ratzinger – uno scontro tra correnti, ma abbia preferito far convergere i voti di coloro che lo volevano Papa sul collega più anziano. Un racconto che evidenzia i meccanismi anche psicologici di un’elezione fuori dal mondo e dentro il mondo.
Sono molto interessanti, infine, le considerazioni che Melloni fa in previsione del conclave che avrebbe dato un successore al Papa venuto dalla fine del mondo. Un Papa al quale lo studioso non riserva solo elogi, ma anche critiche per scelte e per il modo di governare che non si può non definire «autocratico» del Papa argentino, che ascoltava tutti ma decideva in solitaria.
Molto significativo è anche il Post Scriptum, che in realtà appare un vero programma di governo. Non che Melloni voglia influenzare qualcuno. Si tratta dell’analisi dei fatti e, al tempo stesso, di una sorta di esemplificazione: è il programma che fa il Papa, non il Papa che fa il programma. La persona arriva dopo, quando il consenso si coagula su cosa fare. Ci sono, ovviamente, figure importanti che possono incarnare quel programma, ma non è questo l’essenziale.