Recensione del libro di Gianpaolo Trevisi (People Editore, 2026)
Prima di parlare di questo libro, credo sia necessario chiarire una cosa.
Il G8 di Genova del 2001 rappresenta una delle pagine più buie della storia repubblicana italiana. Amnesty International lo definì la più grande sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale. Nel 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha qualificato come tortura quanto avvenuto nella scuola Diaz e, nel 2017, ha fatto lo stesso per le violenze della caserma di Bolzaneto. Le istituzioni internazionali hanno inoltre più volte richiamato l’Italia per l’assenza, all’epoca dei fatti, di un autonomo reato di tortura, introdotto soltanto nel 2017. Senza comprendere questi punti, non si può – e non si dovrebbe -argomentare su Genova.
Le violenze della Diaz e di Bolzaneto meritano una condanna assoluta. Nessun ordine impartito, nessuna catena di comando, nessun contesto operativo può giustificare ciò che è accaduto. È una ferita della nostra democrazia che va ricordata senza ambiguità. Ed è proprio partendo da questa convinzione che ho deciso di leggere Faccia a faccia. Non cercavo una giustificazione. Cercavo di capire se fosse possibile leggere Genova attraverso gli occhi di un poliziotto senza mettere in discussione la gravità dei fatti.
La risposta, almeno per me, è sì. Perché Gianpaolo Trevisi non scrive un libro per assolversi. Scrive il libro di un uomo che, a distanza di oltre vent’anni, continua a convivere con quei giorni e con le domande che gli hanno lasciato addosso.
Per comprendere appieno il peso di queste riflessioni, è fondamentale contestualizzare la figura dell’autore. Nel luglio del 2001, con la sigla Gamma 151, Trevisi era un giovane funzionario sul campo, incaricato di presidiare la zona rossa alla guida di un nucleo di pronto impiego. Oggi, dopo una lunga carriera che lo ha visto a capo della Squadra Mobile di Verona e poi alla direzione della Scuola Allievi Agenti di Polizia di Peschiera del Garda, Trevisi è un formatore che ha messo al centro del proprio operato i temi dell’accoglienza, dell’empatia e dei diritti umani. Questa evoluzione personale e professionale spiega ancora meglio il suo intimo bisogno, oggi, di rifiutare le scorciatoie ideologiche.
Fin dalle prime pagine sorprende la scelta narrativa. Non si entra subito nella cronaca del G8, ma in un sogno. Piazza Alimonda, il mare, il ragazzo che sorride dall’altra parte della strada, il silenzio, il gesso, il sangue: immagini che trasformano immediatamente il libro in qualcosa di diverso da un semplice memoriale. La scrittura di Trevisi è profondamente letteraria, ricca di simboli e metafore. Il ritmo della sua prosa è quasi frammentato, specchio fedele di una memoria che procede per accensioni improvvise e dolorose. È un tono asciutto eppure lirico, capace di evocare la polvere e la paura della strada con la forza di un verso poetico. Il ragazzo senza nome che ritorna lungo tutta la narrazione sembra rappresentare una coscienza, un dubbio, una possibilità mancata di incontro tra due mondi che, in quei giorni, hanno smesso di guardarsi come persone. Ed è qui che si svela l’essenza profonda del faccia a faccia evocato nel titolo. Non si tratta solo dello scontro frontale, fisico, tra poliziotto e manifestante lungo le strade blindate di Genova. È, in realtà, un triplice specchio: è il confronto aspro tra chi indossava la divisa e chi protestava; è il dialogo intimo tra l’uomo di oggi e il giovane funzionario di ieri; ed è, soprattutto, il faccia a faccia spietato di Trevisi con la propria coscienza e con i fantasmi di un’istituzione che ha tradito il suo mandato democratico.
Ed è forse questo uno degli aspetti che mi ha colpito di più.
Trevisi racconta l’organizzazione del G8, le ordinanze, la macchina logistica, le paure diffuse tra gli agenti, l’incertezza, le informazioni ricevute, le aspettative costruite nei giorni precedenti. Sono pagine preziose perché mostrano una prospettiva che raramente viene raccontata con questo livello di dettaglio. Non per sostituire la memoria delle vittime, ma per aggiungere un tassello alla comprensione di quei giorni.
Quello che rende davvero prezioso il libro, però, non è tanto la descrizione tecnica o logistica di quel punto di vista. È il modo in cui quel ruolo viene continuamente messo in discussione dall’interno. Ci sono pagine che, a mio avviso, rappresentano il cuore dell’opera. Ad esempio, quando l’autore scrive che oggi deve scrivere con il grigio, rifiutando il bianco e nero; quando si chiede cosa avrebbe fatto se gli fosse stato ordinato di entrare nella Diaz; quando ammette che è troppo facile, vent’anni dopo, dire io non avrei sbagliato; quando riconosce che esistono ancora domande senza risposta e che la verità dovrebbe interessare prima di tutto alla polizia stessa.
Sono passaggi che mostrano un’autocritica rara. Trevisi non nega la Diaz. Non nega Bolzaneto. Non nega i verbali falsi. Non nega le condanne. Al contrario, riconosce apertamente che ci sono persone che non hanno mai risposto delle proprie responsabilità. Scrive di voler conoscere la verità non per proteggere l’immagine della polizia, ma proprio perché la polizia, per essere credibile, deve avere il coraggio di guardare anche ai propri errori.
È una distinzione importante.
Questo non trasforma automaticamente il libro in una ricostruzione imparziale di tutto ciò che avvenne nel luglio del 2001. Resta pur sempre il racconto di un protagonista, con il suo vissuto, le sue percezioni e inevitabilmente i suoi limiti. Ma proprio perché è un racconto soggettivo, acquista valore quando evita la tentazione dell’autoassoluzione. La frase che più mi è rimasta addosso è forse quella in cui l’autore scrive che il G8 lo ha reso un poliziotto diverso. Non è una frase celebrativa. È il riconoscimento che quella ferita continua a modificare il suo modo di intendere la divisa, l’autorità e la responsabilità.
Leggere questo libro non significa mettere sullo stesso piano vittime e responsabili, né attenuare la gravità delle violenze accertate dalla magistratura italiana e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Significa provare a capire come un uomo che apparteneva a quell’istituzione abbia scelto di raccontare la propria esperienza senza rinunciare al dubbio. In un tempo in cui siamo sempre più abituati a dividere il mondo tra buoni e cattivi, amici e nemici, Trevisi sceglie una strada molto più scomoda: quella dell’introspezione. E forse è proprio questa la qualità più grande del libro. Perché la memoria non serve a trovare giustificazioni. Serve a impedire che certe pagine della nostra storia possano essere dimenticate o, peggio ancora, ripetute.