Don Matteo Zuppi. Uno di noi

Federico Smidile

Don Matteo Zuppi. Uno di noi

Il libro-intervista di Massimo Orlandi dedicato a Matteo Zuppi offre l’occasione per conoscere più da vicino il percorso umano e spirituale di una delle figure più rilevanti della Chiesa italiana contemporanea. Attraverso il dialogo e il racconto, arricchiti anche dal confronto con Francesco Guccini, emergono i temi che hanno segnato il suo cammino: la comunità, l’impegno per la pace, l’attenzione ai più fragili. In questa recensione, Federico Smidile ripercorre i passaggi principali del volume, soffermandosi sui tratti essenziali del pensiero e dell’esperienza di Zuppi.

Recensione del libro di Massimo Orlandi (San Paolo Edizioni 2025)

Di Matteo Zuppi, cardinale, Presidente della CEI, Arcivescovo di Bologna si parla molto, creando spesso un rumore di sottofondo che rende difficile la comprensione di una persona solare e gentile e al tempo stesso complessa. Il libro intervista di Orlandi contribuisce a ridurre, se non a cancellare, quel chiacchiericcio indisponente che rischia di occultare Zuppi.

Eppure Don Matteo, chiamiamolo così senza voler mancare di rispetto, ha una chiarezza di espressione e pensiero che il libro ci evidenzia con forza. Credo si cancellino, grazie alla lettura di queste pagine, alcune incomprensioni che media e social hanno causato in questi mesi. Don Zuppi è uomo di grande apertura, sacerdote sempre, anche da arcivescovo e cardinale, ma non è quel “liberale” per il quale in tanti facevano il tifo la scorsa primavera durante il conclave (fare il tifo per un conclave è già di per sé una notevole stortura).

Lo stesso concetto di “liberale” non si applica per la Chiesa, se con questa parola si intende un “fate come volete”, un sostegno all’individualismo esasperato dei giorni che ci tocca vivere. Per capirci, Don Matteo difende, con dolcezza ma con fermezza, la vita, dal concepimento alla morte, senza aperture verso posizioni “abortiste”. Non c’è condanna, non c’è il dito puntato. C’è l’umana comprensione, da fratello a fratello, e c’è, ad esempio, il rimprovero per chi non ha saputo o voluto supportare della legge 194 le parti che fanno riferimento al sostegno alla maternità.

La stessa fermezza la troviamo nelle posizioni contro l’eutanasia, in tutte le sue forme. Nessun accanimento terapeutico, un sì alla terapia del dolore, compresa la sedazione profonda perenne, ma mai un diritto dell’uomo a chiudere la vita propria o altrui prima del tempo. E ancora: il matrimonio è tra uomo e donna, donna e uomo. Non vi sono aperture in questo (ma nemmeno in Papa Francesco ci sono mai state!), ma c’è sempre uno sguardo di amore per ciascuno di noi.

Il libro, dunque, potrebbe deludere chi si illude, chi non sembra capire cosa sia la Chiesa che, se cambia, non può e non vuole tradire sé stessa. Ma questa delusione, se ci dovesse essere, sarebbe compensata da una conoscenza più approfondita del pensiero di Don Matteo, dai tempi nei quali inizia il suo cammino, prima come laico e poi come sacerdote, nella Comunità di Sant’Egidio a Roma con Andrea Riccardi (che di questa comunità è fondatore).

Comunità, appunto. Luogo fisico e spirituale di incontro tra persone diverse che hanno un obiettivo: il bene comune, l’aiuto ai più deboli, ai poveri. In un’ottica del noi che è fondamentale.

Il noi a volte è un segno di potere, nel tempo è stato simbolo di un plurale maiestatis lontano e autoritario. Non è quello il noi di Don Matteo, come non lo è per Papa Francesco, oltre che, ad esempio, per Don Ciotti. Si tratta di un noi che comprende tutti, che impegna ciascuno, che vive intensamente ogni giorno quella che per chi crede è l’etica esigente e d’amore, del Vangelo. Un noi che è comunità e vicinanza.

Comunità contro la solitudine, contro la povertà delle periferie fisiche e morali. Don Matteo ricorda le sue ore accanto ai baraccati dell’ex cinodromo di Roma, un luogo che sembra uscito da un racconto di favelas brasiliane ma che anche chi scrive queste righe ricorda come posto di degrado, dolore, e al tempo stesso di immensa dignità di coloro che erano costretti a vivere ai margini, sotto gli argini di fiumi che uscivano spesso portandosi via le povere cose di queste persone. Don Matteo ricorda anche le grandi periferie romane, Primavalle in particolare, laddove faceva doposcuola ma dove imparava oltre ad insegnare.

Impegno collegato all’amore per il prossimo, dato che un impegno senza amore non è vero. E un impegno per la pace costante. Anche qui, ma da parte avversa alla precedente, Don Matteo non è stato sempre ben compreso. Inviato del Papa per cercare una soluzione alla guerra in Ucraina, è stato accusato di mettere sullo stesso piano aggressore e aggredito.

Non è così, spiega Don Matteo stesso: il suo scopo, e quello di Francesco, era ed è lavorare per trovare spiragli di pace. Per noi è forse impensabile che si faccia una cosa del genere, ma la prospettiva è diversa: cosa serve, usando una frase di Auschwitz di Guccini, per far sì che il vento si posi? Cosa fare per arrivare a una pace giusta, sicura, che tuteli l’Ucraina e che consenta a tutti di vivere in pace? Non è un lavoro facile né immediato, ma è quel martirio della pazienza di cui parlava il Cardinale Casaroli.

Don Matteo non usa la parola martirio ma usa la pazienza e ritiene che la pace si costruisca anche con un lavoro dal basso. Ricorda al riguardo la pace in Mozambico, Paese lacerato da una guerra civile sanguinosa. In questa pace ha avuto un ruolo anche Sant’Egidio, che ha ospitato colloqui tra le parti, senza giudicare ma solo ascoltando e cercando di far sì che i nemici si parlassero e capissero, anche comprendendo quello che le popolazioni desideravano davvero, al di là delle divisioni.

Questo il metodo che Don Matteo immagina anche per l’Ucraina e per le altre tremende guerre in corso. Oggi, come osserva Orlandi facendo riferimento al racconto del Lupo di Gubbio di cui Don Matteo parla, i lupi sembrano non ascoltare chi invoca la pace. Ma questo non è motivo per smettere di invocarla, di cercarla, immaginando ogni via possibile e impossibile. Sono le pagine forse più appassionanti del libro, e anche queste hanno un particolare valore proprio perché vanno oltre la vulgata che ci viene spesso imposta dai media facili e faciloni.

Uno che non è facile e nemmeno facilone è Francesco Guccini. Il grande artista non si definisce mangiapreti ma conferma di non aver mai avuto simpatia eccessiva per la Chiesa, eppure è diventato amico di Don Matteo. Tutto nasce da un viaggio ad Auschwitz, partito dal Binario 21 della Stazione Centrale di Milano, il binario da cui partivano i treni per l’inferno. Guccini ha scritto la già ricordata Auschwitz, ma non era mai stato lì. Ci va con la scuola della moglie e con Don Matteo, che spesso cita le canzoni di Guccio, compresa quella Dio è morto che fu censurata dalla Rai ma non da Radio Vaticana. Da lì nasce un’amicizia profonda tra due anime diverse ma simili, senza volontà di conversione ma con desiderio di comprensione reciproca. Amicizia che è lezione in un tempo dove se non si è eguali non si può essere amici e men che meno rispettarsi.

La recensione del libro in pdf

Non trovi quello che stai cercando?

Stiamo completando la migrazione dei contenuti dal nostro sito precedente, potrebbe essere lì.