7 PUNTI IN 7 GIORNI: GIOVANI-ADULTI
  • I giovani-adulti. I giovani non sono una categoria, una classe o un gruppo sociale. Essere giovani è una fase della vita.
    Tuttavia questa fase si sta spostando sempre più avanti. Si è giovani fino a 30 o 40 anni.
    La categoria dei giovani-adulti è ormai diffusa. Indica in genere persone che, terminato il loro ciclo formativo, con difficoltà cercano di vivere una vita completa da adulti.
    È solo “colpa” della società, della crisi o della precarietà se i giovani non sono pienamente liberi di non esserlo più? O c’è anche un ritardo culturale?
    Che cosa porta a fare le scelte o a non poterle fare?
  • Credo che il concetto centrale in tutto il discorso sia ben rappresentato dalla parola "difficoltà". Questa realtà è difficile viverla dal di dentro ed è difficile osservarla dal di fuori. Si parla di una realtà che è viscosa, né immobile (che quindi si potrebbe non affrontare) né liquida (per la quale si potrebbe definire la soluzione appena si calma). Mi sembra che la società si relazioni a questo tema come se sapesse che si trova di fronte ad una colata lavica hawaiana: sempre lava è e quindi scotta e rovina, ma non si è di fronte alle eruzioni esposive distruttive tipiche del Vesuvio e quindi possiamo risolverla anche con calma. Anzi magari è anche "pittoresca" come le manifestazioni degli indignados.
    Però adesso è arrivato un elemento che ha accelerato il moto del sistema e quindi va trovata una o più soluzioni subito e che siano definitivamente risolutive. Il governo tecnico ha dimostrato che persone serie e competenti esistono; i giovani che protestano e si impegnano nelle attività politiche e sociali dimostrano che l'interesse per la collettività sta ritornando. Non si è in un quadro fosco. La via d'uscita esiste da questa situazione. E' bello, utile e produttivo che si facciano riflessioni, private e pubbliche, su questi temi. Io voglio dare il mio contributo e lo faccio iniziando a scrivere queste parole.
  • Quanto è difficile cominciare una VERA vita adulta.
  • I “giovani” non hanno futuro sostanzialmente perché non hanno un (buon) lavoro. Non trovano un (buon) lavoro perché l’economia non cresce e non produce nuova occupazione. Noi veniamo da 30-40 anni in cui l’economia occidentale è cresciuta quasi costantemente, ma forse ci siamo abituati troppo bene e questo fortunato periodo storico non è necessariamente destinato a ripetersi. E allora come dare un futuro a questi “giovani”?
    Non vorrei che la questione, pur corretta, sia mal posta: parlare di problematiche dei “giovani” rispetto ad un ipotetico mondo degli “adulti” sposta l’attenzione da quello che è la vera, inquietante tendenza nelle vecchie economie occidentali così come nei paesi emersi (non più emergenti ormai da anni), ovvero la crescente divaricazione della ricchezza tra un primo gruppo costituito da pochi che hanno molto e tutti gli altri che hanno sempre meno. Questo processo rappresenta la negazione del welfare state progressivamente sviluppato dal dopoguerra, e tuttavia negli ultimi venti anni è esploso un po’ ovunque nel mondo sulla scia della globalizzazione economica, con effetti che a mio avviso non sono stati del tutto compresi nella loro pericolosità potenziale.
    I “giovani” non sono altro che una parte consistente dei molti soggetti più esposti a questo processo, vuoi per minore preparazione professionale, vuoi per carenza di contatti lavorativi preesistenti, ma non credo rappresentino in sé un problema diverso o circoscrivibile al di fuori della grande questione di porre un freno alla divaricazione della ricchezza in atto sia in Europa che altrove. L’amara realtà è che i “giovani” rappresentano buona parte del nuovo proletariato urbano – per usare qualche defunto termine novecentesco che tuttavia il nuovo (dis)ordine globalizzato sta ahimè riportando in auge – tanto quanto il cinquantenne impiegato con famiglia a carico che perde il lavoro.
    Per tornare alla domanda iniziale, è probabile che il futuro tanto dei giovani come dei meno giovani appartenenti a questo neo-proletariato risieda in una migliore redistribuzione della ricchezza, che a sua volta può rappresentare la chiave per far tornare a crescere in modo più sostenibile economie decotte, come quelle del sud Europa, che guarda caso sono generalmente quelle con maggiori differenze di censo al proprio interno.
    Sembrano essersi ricostituite le condizioni per la nascita, pur con forme diverse, di nuove bandiere rosse a vocazione europea o mondiale. E lo sta scrivendo qualcuno che non proviene da quell’area politica...
  • forse è una questione di cultura, di paura di fare scelte, del fatto che sembriamo più ripiegati e timorosi di metterci in gioco, viaggiare, intraprendere nuove sfide...forse tolleriamo troppo il devastante familismo che contagia ogni aspetto della società italiana (persino gli "antagonisti" vedono alcuni gruppi familiari prevalenti) forse è "colpa" nostra. Ma anche i signori come Treu non scherzano. Con che coraggio vengono a parlarci di futuro dei giovani dopo che se lo sono rubato?
  • giovani-adulti, la categoria che vive nel limbo. Non si è giovani senza la spensieratezza della gioventù, quella in cui immagini e sogni il futuro. Non si è adulti quando si vive alla giornata, con contratti in continua scadenza, lavoro sottopagato perché a fine mese ci arrivi arrancando, quando hai paura di pensare a qualcosa di "definitivo" perché chissà se riuscirai a sostenerne il peso. E quando, ancora, tra i 30 e i 40 anni, ci si rivolge all'unico welfare in grado di aiutarti: la famiglia.
  • Si parla di colpa. Di chi è la "colpa" (anche se capirlo è assolutamente inutile perchè non risolve i problemi, a meno che non ci si prodighi così tanto poi nel risolverli come si fa nel trovare la colpa)? In generale penso che ci siano colpe sia dei giovani che degli adulti/anziani/vecchi. In definitiva però, dato che chi è più adulto deve guidare chi è più giovane, credo che la maggior parte della colpa, come ha detto amaramente Gaber, sia della sua "generazione che ha perso". Ancora gli esponenti della sua generazione "comandano" nei vari ambiti. Loro (è questo il mio pensiero) sono quelli che non hanno fatto si che i giovani di allora si distaccassero dai "fondamentali". Sono loro che hanno “inventato” la crescita continua, l’immaginazione al potere, l’egualitarismo. Ciò è stato bello finché il sistema ha retto. Ora che traballa, guardando indietro, si può vedere che da allora è iniziato quel processo, senza che gli anziani se ne siano avveduti, che ha portato i giovani a pensare che si poteva fare tutto e che era meglio dedicarsi alla musica, ai pc, alla televisione, alla macchina, all'erasmus, ecc. Non a dedicarsi un po' alla nonna, all'associazione del loro paese, all'istituto tecnico commerciale e alla musica, ai pc, alla televisione, alla macchina, all'erasmus, eccetera. No solo alla musica, ai pc... Il risultato è che ora abbiamo una realtà giovanile ambivalente, forse "polivalente" se non ambigua: superpreparata e supertecnologica (i bambini sono già capaci a pochi anni di utilizzare tutti i dispositivi digitali, la creatività con tutti i social network è esponenzialmente aumentata e chi diceva che la lingua con gli sms sarebbe morta è stato clamorosamente smentito), ma con forti sacche di analfabetismo di ritorno; impegnata socialmente e politicamente (i volontari e gli indignados non possono che far sperare ed oserei dire credere nel risveglio sociale dei giovani disillusi dalla società degli anni scorsi), ma con settori la cui realizzazione psicologica è solo fare gruppo (di cui droghe, alcol e stupri ne sono il risvolto drammaticamente visibile); ci sono un "sacco" di laureati, ma non si mette su famiglia perchè se non si trova il posto da dirigente mica si può andare a lavorare in un agriturismo ad occuparsi di un maneggio per dar da mangiare ai figli. E via dicendo. Voglio dire che non si ha più la forza di reggere il colpo psicologico della “difficoltà” di raggiungere e realizzare con fatica i propri obiettivi. Io ricordo che mio nonno andava a lavorare e dopo il lavoro si costruiva materialmente la casa in campagna. Ai nipoti e ai figli però diceva che non era giusto che loro lavorassero, che faticassero come si dice a Napoli. E’ perfettamente comprensibile il suo desiderio, ma oggi ha creato questa situazione. Credo che il fatto che i matrimoni, ad esempio, non durino più come prima sia il portato proprio di questa “incapacità”/dis-abitudine alle “difficoltà”. Il “tutto interno a te” tecnologico, il tutto e subito informatico mal si addice alle difficoltà lavorative e relazionali. Si è creata a mio giudizio e ripeto non per colpa dei giovani, una situazione che sarebbe drammatica in Italia. La disoccupazione giovanile è altissima. Ma, cosa tipica italiana, ci arrangiamo e andiamo avanti. Da noi non ci sono state ne eccessive rivolte di banlieue, ne manifestazioni giovanili violentissime, si regge il colpo della crisi compensando le spinte centrifughe nella famiglia.
    Dunque tutto sommato si potrebbe andare avanti come sempre si è fatto. Però tra capo e collo ci è arrivata la crisi. Le famiglie non hanno più i soldi, lo stato e gli enti pubblici non hanno più i soldi, i privati neanche perché le loro aziende scappano all’estero. La torta si restringe e qui casca l’asino. Gli anziani, che ancora “comandano”, si tengono stretti i loro privilegi e scaricano sui giovani i problemi. Tutte le storture del passato vengono a galla: le pensioni d’oro degli anziani vengono compensate con le riforme a spesa di quelle dei giovani, il lavoro sottopagato è per i giovani, ecc. Ad esempio l’assenza di meritocrazia impone che non si possano licenziare dalle fabbriche i padri e i nonni per far entrare i figli, l’egualitarismo impone che tutti debbano avere gli stessi vantaggi e i costi si scaricano su chi non fa parte di quella cerchia di eguali e via dicendo. Il problema è che ciò sta facendo esplodere la crisi sociale: noi siamo abituati ad arrangiarci. L’assenza di scappatoie in una situazione incomprimibile ha determinato una situazione che io definisco rivoluzionaria: da una parte saltano le famiglie, gli imprenditori si suicidano, è nato un governo tecnico in un paese che della concertazione (l’arrangiarsi fatto sistema) ha fatto la sua arma vincente.
    Siamo in crisi nera ma da ciò nasce una grandissima opportunità. Mi fido ciecamente del principio meritocratico e quindi mi fido ciecamente, al di là delle contingenze, dei tecnici al governo, che io vorrei in tutti gli ambiti. Il cambio di prospettiva è già l’inizio della soluzione. Come dicono Giavazzi ed Alesina in un libro del 2007 “il liberismo è di sinistra”: la meritocrazia, la competenza e quindi l’essere “tecnico” è il primo elemento della realizzazione di una società young-oriented. La gran parte di quanto fatto da Monti e dai suoi ministri è perfettamente condivisibile. Avanti su questa strada e con i consigli che possono venire da pubbliche discussioni e da suggerimenti dei cittadini (nel 2012 con il lancio addirittura di Google come motore di ricerca semantico forse siamo anche pronti per la democrazia diretta a mezzo elettronico).
  • sia chiaro non voglio fare la solita accusa a Treu di aver introdotto il precariato nel 1997 etc..di quello ne riparleremo. Il mio è un atto d'accusa alla classe dirigente più vecchia d'Europa di aver permesso che ogni giorno i propri giovani avessero minori opportunità, di averci fatto giocare con regole più dure e più sfavorevoli di quelle in cui hanno operato loro, di non essere stati rigorosi con se stessi quanto sono stati duri e inflessibili con noi giovani...
  • La condizione giovanile rischia di diventare la nuova questione meridionale, da troppo se ne parla senza mettere in campo proposte ragionate e attuabili, come invece mi sembra fare il volume. Ormai manca solo la commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno…
    Faccio uno sforzo, mi escludo dalla categoria "giovani" e provo a considerare solo quelli nati dal 1990, quelli nati dopo la caduta del Muro di Berlino, dopo il crollo precipitoso dell’ideologia del comunismo reale «in un solo Paese». Quanti sono? Secondo i dati Istat, 2007, questi giovani sono poco più di mezzo milione (i diciassettenni residenti in Italia, al primo gennaio 2007, parlano le statistiche, erano 586.577, 301.587 uomini e 284.980 donne).
    Eppure la politica fino ad oggi li ha considerati poco, a differenza di quanto ha fatto l’ex Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, forse perché sono una fascia risibile dell'attuale elettorato.
    Male, così rischiano di diventare una corrente, ampia e veloce, nel fiume della crisi della partecipazione.
    Cominciate con tante domande, a cui non è facile dare risposte perché oggi le appartenenze si giocano sull’individuale. I giovani non fanno riferimento a degli ideali collettivi, ma ad appartenenze culturali, etiche. Ci sono aggregazioni in cui i giovani condividono stili musicali, modi di vestirsi, linguaggi a volte molto limitati. Questa è una forma di partecipazione che non ha sbocchi collettivi e sociali una volta tramontate le ideologie. E’ stata ben illustrata dalla ricerca Millenials, condotta da MTV in 14 paesi tra cui Italia, Sudafrica, Corea del Sud.
    Chi sono? Vanno 12 ai 24 anni, non contestano i genitori e non imitano i nonni, sono ancorati a famiglia e web e al di là delle differenze da paese e paese sono sempre connessi, hanno un impianto valoriale saldo, sanno inventarsi un lavoro. Ripiegano però sugli aspetti privati e la responsabilità è di quella classe dirigente diffusa che trascura l'insegnamento dell'educazione civica, che trascura messaggi concreti rivolti ai giovani, che trascura delle quote verdi a loro tutela tanto che la nostra classe dirigente oggi è la più vecchia d'Europa. Dalla politica alla Chiesa, all'Università l'età media è 59 anni. Il record è dei manager delle banche, alla pari con i vescovi, e ai componenti del governo, rispettivamente con 67 e 64 anni, seguiti dai docenti con 63. I più giovani sono i dirigenti delle aziende quotate in Borsa con 53 anni!
    Il loro futuro è disorganizzato, senza priorità o gerarchie, elaborato con "classifiche" multitasking: rispetto agli amici ho dei valori, rispetto alla famiglia o al mio corso di studio altri valori. Ma questi ragazzi sono smaliziati: riconoscono grazie all'informazione diffusa le incoerenze della classe politica. E ne diffidano. Considerano meno assolute le decisioni per il lavorio continuo di negoziati appresi in famiglia, lo scaricarsi di responsabilità o il loro rinvio invece degli aut aut che costringono al coraggio delle proprie scelte. Avranno ancora un futuro, certo, ma se saranno in grado di elaborare opinioni vere e proprie. Manca l’educazione a confrontarsi, quindi iniziative come questa dovrebbero, per me, diventare permanenti.
  • Per il semplice fatto di essere racchiusi in una categoria, i "giovani" non saranno mai all'altezza di ciò che viene chiesto loro. Solamente come soggetti attivi e non passivi, i giovani possono pensare di poter modificare la realtà sociale. Mi piacerebbe che gli appartanenti alla "categoria" riuscissero da soli a svincolarsi da comode e semplificatorie definizioni. Un ex giovane
  • di troppa gioventù si rischia di morire (di fame)
  • E' colpa della società partendo dalla scuola che forma troppe persone per una poca offerta, questo genera crisi e infine precariato. L'istruzione è indispensabile e fondamentale per tutti...però non puoi formare 100 avvocati se poi te ne serve solo 10, diciamo che la scuola dovrebbe incentivare di più le categorie dove mancano più figure professionali...
    Ad es. qualche anno fa mancava la figura dell'infermiere laureato e quindi si è deciso d'incetivare questo corso di laurea con varie borse di studio...cosi molti ragazzi hanno deciso di intraprendere questa carriera...
    Io adesempio toglierei le facoltà anche a numero chiuso, l'istruzionde deve essere libera e accessibile a tutti ma lo stato ti deve indirizzare dove c'è più offerta.
  • La Società è storicamente troppo comparimentata, con una Scuola che non accetta la "sfida" del confronto con il mondo del Lavoro nei suoi programmi, mentre continui stage pratici di frequenza crescente con l'età dovrebbero far parte della formazione degli studenti, con il mondo del Lavoro che rifiuta come un "rischio" lavoratori che non corrispondano a uno standard mediale teorica che si raggiunge solo per un breve periodo intermedio fra i 35 e i 45 anni (troppo giovani, inesperti, emotivi i più giovani, troppo anziani, lenti, acciaccati i più vecchi), con il risultato di dilatare fasi di attesa senza che esista una specifica cultura politica e sociale della loro gestione. Il Mondo cambia, la durata della Vita si allunga, tutto potrà cambiare, si dovrà giungere semplicemente a migliorare il confronto fra Scuola e Lavoro, o meglio a consolidare queste stagioni della Vita conferendo loro una specifica dignità rispetto alle finalità dell'esistenza. Anche a questo serve la progettualità della Politica.
  • Uno dei più grandi problemi del nostro Paese è senz'altro quello dalla crisi generalizzata della rappresentanza. Il ceto dirigente a un certo punto ha pensato di avere una delega in bianco e ha iniziato a non porsi il problema della partecipazione e del ricambio (generazionale, di genere, culturale). Per questo si è inevitabilmente trovato in un declivio autoreferenziale che non gli permette più di interpretare i problemi, le esigenze e le istanze di interi comparti sociali.
    Tra questi comparti c'è senz'altro quello dei "giovani" (categoria sociologicamente sempre più scottante e, al pari di altre, meno definibile, un po' come quella di Occidente e Oriente). La politica, quando va bene, non fa che chiedersi chi siano questi giovani, perché in effetti non li capisce, non è in grado di intercettarne i codici espressivi, di penetrarne l'immaginario e i desideri.
    Le imprese, invece, solitamente (e legittimamente, per carità) parlano di giovani o in quanto target di consumo o in quanto leva per aumentare la propria reputazione di mercato (progetti di social responsibility e quant'altro), mentre sempre più spesso sono i player e i soggetti di ricerca stranieri che si avvalgono delle potenzialità dei nostri, perché hanno capito che valgono.
    Lasciare da soli gli anziani in quanto soggetti "improduttivi" (salvo ricordarsi di loro quando votano) è triste. Ma lasciare da soli i giovani, tanto da perdere il contatto con loro, tanto da non poterli più definire se non attraverso un ossimoro (giovani-adulti) oltre ad essere triste è anche pericoloso. Un sistema-paese che non investe più sul suo futuro ha bisogno di tante cose, ma forse si dovrebbe partire dalla riscrittura delle regole di rappresentanza, e in generale da pratiche progettuali inclusive.
  • Maurizio
    sono un adulto, un padre e comunque sono stato giovane anch'io, in queste mie parole c'è il tentativo di capire e dare delle risposte che tutti i giovani si aspetterebbero.
    Generalizzare è sempre suscettibile di errori e quindi analizzare il problema da più punti di vista mi sembra aiuti a capire meglio come sia possibile superare le diverse problematiche.
    Dal punto di vista politico sembrerebbe un problema molto grande da risolvere completamente, addirittura si è pensato di modificare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori perchè si è detto faciliterebbe l'entrata dei giovani nel mondo del lavoro, niente di più falso l'art.18 è una tutela a difesa dei lavoratori che lavorano in aziende medio grandi (aldisopra dei 15 dipendenti) per evitare che si possa licenziare senza giusta causa il che significa evitare licenziamenti discriminatori, nei confronti di donne o di sindacalisti scomodi e così via... Il vero problema e sarò ripetitivo è legato al sistema capitalistico dove il borghese (l'imprenditore) ha come principale obiettivo il profitto, se provate a lggere il "Capitale" di Marx scoprirete che quello che succedeva nel 1800 nelle fabbriche succede anche oggi, i comportamenti che avevano i padroni sono gli stessi di quelli di oggi, sfruttamento della classe operaia e massimi profitti. Ora non voglio entrare in un discorso ideologico che sarebbe giusto, ma troppo lungo, voglio invece dare delle risposte sulla base di un pensiero politico che aiuta a stare più sereni e fissare delle basi su cui poter ragionare. Il lavoro è un bisogno che deve essere soddisfatto da tutti, per dare questa risposta ai giovani e a tutti i non occupati bisogna immaginare una società diversa, una comunità in cui i mezzi di produzione siano dello Stato è qui il quid della questione, si produce in modo razionale seguendo i bisogni delle persone. Una società più umana dove non ci sono ricchi ma nemmeno poveri dove le angosce le ansie di chi non ha soldi spariscono perchè il denaro è più che sufficiente per una vita dignitosa.
    Questa è la soluzione in termini semplicistici dal punto di vista politico. Come si raggiunge questa nuova società questa nuova Italia questo nuovo mondo?
    IL sapere è un altro aspetto della sicurezza dell'uomo, conoscere è sempre stato un vantaggio in qualunque società, non bisogna studiare quella determinata disciplina per avere una speranza di trovare lavoro, è sempre più soddisfacente studiare ciò che interessa è più facile e dà più soddisfazione oltre che un sentimento di libertà, una maggiore possibilità di lavoro. Se sai puoi difenderti meglio.
    La società capitalistica è quella della legge del più forte sul più debole, allora mi pare che non c siano dubbi ognuno di noi ha vissuto sensazioni nel sentirsi bene, forte, ma anche altre in cui ti senti indifeso ed hai bisogno di aiuto, dunque la sicurezza discende dal fatto che la società deve essere accogliente solidale umana.
    Faccio un'ultima considerazione sulla questione del lavoro dei giovani e non secondo voi ci sarebbero le condizioni per occupare tutti o no?
  • Senza stabilità lavorativa, o comunque entrata economica non si è nella vita adulta...



  • oggi ho imparato questa definizione GIOVANE / ADULTO che mi rattrista perchè mi fa capire che con i miei 47 anni sono considerata comunque fuori gioco....prima sempre troppo giovane (specie per riconoscermi un ruolo in ambito politico o professionale) ora probabilmente troppo vecchia....dato gli slogan emergenti...largo ai giovani...che fare...tanta tristezza...e ancora una speranza ...vana...che qualcuno si renda conto di quanto posso dare in termini di professionalità per migliorarmi e migliorare il sistema sociale in cui vivo mettendomi a servizio del mio Paese
    Un amico mi ha appena corretto quando ho presentato questo concetto di GIOVANE ADULTO....preferisce definirsi DIVERSAMENTE GIOVANE!!!....quanto vorrei avesse ragione.

Benvenuto!

Sembra tu sia nuovo qui. Se vuoi partecipare, clicca uno dei seguenti pulsanti!